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Mahabharata – Shaba Parva

MAHABHARATA
di
Paolo Emilio Pavolini

Episodi scelti e tradotti
collegati col racconto dell’intero poema

Seconda Edizione Riveduta
1923

SHABA PARVA

Di tanto benefizio volle l’artefice Maya mostrarsi grato, e finito l’esilio di Arjuna, si recò con lui dai fratelli Panduidi e per Yudhishthira fabbricò una splendida reggia, simile alla dimora degli immortali, ricca delle gemme più preziose, delle stoffe più rare, con una grandiosa sala (Shaba) destinata alle assemblee dei re e dei, principi. Pensò allora Yudhishthira di compiere il grande sacrificio detto rajasuya; vi dovevano intervenire gli altri re e principi tributari e riconoscere Yudhishthira come imperatore. Donde la necessità di spedizioni guerresche, che furono felicemente condotte dai fratelli Panduidi. Alla grande cerimonia del rajasuya convennero anche, invitati, i cugini e rivali, nonché Karna il divino amico dei Panduidi. Per il felice compimento del sacrificio, che faceva di Yndhishthira il re dei re, nuovamente divampò l’invidia e l’odio di Duryodhana. Trovò egli un fido alleato e consigliere nello zio Shakuni, uomo falso e maligno.
I Panduidi furono invitati a Hastinapura e Yudhishthira fu sfidato da Shakuni al giuoco dei dadi, giuoco nel quale costui era abilissimo e in cui sapeva, con l’astuzia e la frode, assicurarsi sempre la vittoria. Invasato del demone del giuoco, Yudhishthira perse tutte le sue ricchezze, tutti i suoi tesori, la sua reggia meravigliosa, l’immenso suo regno: acciecato, mise come posta la libertà dei suoi fratelli e la sua, e perse ancora, mise come posta la fida e diletta consorte, la bella Draupadi, e perse così Yudhishthira, il glorioso imperatore, così Bbima fortissimo e l’eroico Arjuna, così i valorosi gemelli Nakula e Sahadeva, così la consorte loro, Draupadi, progenie di re, erano divenuti schiavi dei Kuroidi. Esultava Duryodhana; e per ordine suo il violento Duhshasana, afferrata pei cappelli la misera Draupadi, la trascinò in mezzo all’assemblea, e Duryodhana, con più atroce offesa, voleva gli sedesse sulle ginocchia, come schiava favorita. A tali inauditi insulti fremettero gli eroi; lo stesso vecchio Bhishma, lo zio dei Kuruidi, profetizzò la loro rovina, come punizione di tanta infamia.
Ed in mezzo a quei principi Bhima, tremanti le labbra, per furore, stringendo i pugni, con gli occhi fiammeggianti, così con grande voce imprecò: “Badate alle mie parole, o voi tutti, o guerrieri, mai uomo le pronunziò, né altri più le pronunzierà! E se io, o principi, non farò ciò che ora prometto, che io non possa raggiungere le beate sedi dei miei antenati, se io di questo malvagio e stolto Duhshasana, disonore dei Bharatidi, non beverò il sangue, dopo avergli squarciato il petto nella battaglia! Né possa io mai ritrovarmi coi miei antenati, se di questo Duryodhana io non romperò il ginocchio con la clava, nella grande mischia!”
Ma il savio e verace Dhritarashtra, desideroso di allontanare la sventura dai suoi congiunti, dopo aver riflettuto, si accostò a Krishna e dolcemente le parlò: “Una grazia scegliti, o gentile, quale tu desideri da me: fra i congiunti tu mi sei la più cara, virtuosa e fedele moglie” Draupadi, rispose: “Se tu vuoi concedermi una grazia, questa io scelgo, o sire: sia libero dalla schiavitù il giustissimo Yudhisthira. Che gli ignari fanciulli non dicano del mio animoso figliuolo, di Prativindhya: “Ecco il figlio di uno schiavo! Nato principe, accarezzato dai re come altri non fu mai, non piombi egli nell’amara schiavitù.”
Disse Dhritarastra: “Sia, o bella, come tu desideri. Una seconda grazia, o cara, ti voglio concedere; ché il mio cuore sente che più d’una tu ne meriti.” Disse Draupadi: “Questo io scelgo, o re: tornino liberi Bhima ed Arjuna ed i due gemelli, e riprendano le armi e il cocchio.
Dhritarastra rispose: “Così sia, o nobile principessa.” Per ordine del vecchio re, i Pandnidi e Draupadi furono lasciati liberi di tornare al loro regno. Ma Duryodhana e Shakuni male acconciandosi a perdere il frutto della loro perfidia, indussero Yudhishthira a giuocare di nuovo; e Shakuni gli pose queste condizioni: “Se noi saremo vinti al gioco da, te, allora, vestiti di pelli di gazzelle, andremo umili nelle grandi selve per dodici anni, e passeremo in qualche paese il tredicesimo anno, incogniti, se ci faremo conoscere, dovremo ritornare fra i boschi per altri dodici anni. Se poi voi sarete vinti da me, allora abiterete per dodici anni nelle selve, insieme a Draupadi, vestiti di pelli; e passerete il tredicesimo anno in qualche paese, incogniti; se vi farete conoscere, dovrete ritornare fra i boschi per altri dodici anni.”
E il fatale giuoco ricomincio e di nuovo Yudhishthira fu privato del suo regno e di tutte le sue ricchezze. Fedele al patto, salutata la piangente madre, deposte le veste regali e indossate rozze pellicce, partì Yudhishthira per il dodicenne esilio insieme ai fratelli ed alla moglie Draupadi.

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