6.5 C
Milano
venerdì, Dicembre 2, 2022
spot_img
HomeEpisodi sceltiMahabharata - Adi Parva

Mahabharata – Adi Parva

MAHABHARATA
di
Paolo Emilio Pavolini

Episodi scelti e tradotti
collegati col racconto dell’intero poema

Seconda Edizione Riveduta
1923

ADI PARVA

Ugrashravas, figlio di Lomaharsana, del grande bardo o Suta, recatosi nella selva Naimisa a visitare i santi eremiti che assistevano al dodicenne sacrificio celebrato da Shaunaka, fu da essi interrogato donde venisse.
Così rispose il Sutide: “Assistendo al sacrificio dei serpenti celebrato dal magnanimo e pio re Janamejaya, figlio di Pariksit, ho udito ripetere da Vaishampayana le svariate e meravigliose e sante leggende raccolte a formare il Mahabharata, e già narrate per la prima volta a Vaishampayana stesso dall’eccelso Vyasa”.
A tali parole, nacque negli eremiti il desiderio di udire anch’essi quegli stessi racconti. Accondiscese il Sutide e ricordò come a Vyasa, che aveva in mente di comporre l’immenso poema, apparisse Brahma in persona, il dio supremo, e gli destinasse Ganesha per segretario. Aggiunse il Sutide un sommario del poema, enumerando i titoli dei diciotto libri che lo compongono e dei capitoli in cui sono suddivisi. E siccome il poema era stato recitato durante il sacrificio dei serpenti tenuto dal re Janamejaya, cosí era prima di tutto necessario narrare il come e perché di questo sacrificio. A tale scopo servono tre lunghe storie, dipendenti l’una dall’altra, ma insieme connesse in quanto mettono capo tutte tre al sacrificio del re Janamejaya, durante il qual sacrificio il Mahabharata fu recitato.

L’episodio di Paushya

La prima è la storia di PAUSYA. Un santo eremita per nome Ayoda aveva tre alunni cui egli imponeva le più dure prove di obbedienza, pazienza e fedeltà. L’ultimo di essi, Veda, congedato alla fine del suo tirocinio, ebbe alla sua volta degli alunni, uno dei quali, Uttanka, si distinse per assiduità e scrupoloso adempimento dei suoi doveri. Volendo questo alunno terminare il suo tirocinio con un’opera gradita al maestro e di faticosa attuazione, fu da lui incaricato di chiedere al re Pausya gli orecchini della regina: questi orecchini erano ardentemente desiderati dalla moglie dell’eremita Veda, per adornarsene in una solenne cerimonia. Dopo molti incidenti e molte traversie, il fedele Uttanka ottiene da Pausya gli orecchini: ma per strada gli sono rubati da Taksaka, il potente re dei serpenti. Uttanka insegue il ladro nel suo regno sotterraneo, e grazie all’aiuto degli dèi Indra e Parjanya riesce ad avere gli orecchini, che consegna finalmente alla moglie del suo maestro. Ma la mala azione di Taksaka ha eccitato nel pio alunno sentimenti di vendetta: per dare sfogo ai quali egli si reca alla corte del re Janamejaya, figlio di Pariksit, e così gli parla: “Eccelso principe, mentre sarebbe tuo dovere attendere ad una cosa, tu fanciullescamente badi ad altro”. – A queste parole del brammano, fattagli la dovuta riverenza, il re Janamejaya rispose: “Proteggendo i miei sudditi, io compio i miei doveri di re: dimmi qual è la cosa ch’io debbo fare e per cui tu sei venuto qui”.
A quell’ottimo e sereno principe rispose quel virtuoso ed ottimo brammano: “Compi il tuo dovere, o re ! prendi vendetta di quel malvagio Taksaka, del serpente che uccise il padre tuo ! io penso che sia venuto il momento per l’opera prevista dal destino: prendi vendetta o re, del magnanimo padre tuo! poiché egli innocente, morsicato da quel malvagio, cadde morto come albero percosso dal fulmine. Iniquamente quel tristo, orgoglioso della propria forza, morse il padre tuo, il principe simili agli dèi, il custode della stirpe dei devoti monarchi: il malvagio fece anche tornare indietro Kashyapa, che accorreva a curarlo. Tu devi sacrificare quel perfido nel fuoco divampante: ordina tosto, o gran re, il sacrificio dei serpenti”.

L’episodio di Pauloma

La seconda è la storia di PAULOMA. Il giovane Ruru, discendente da Puloma moglie del gran santo Bhrigu, aveva chiesto in isposa la bella figlia adottiva dell’asceta Sthulakesha, la gentile Pramadvara. Mentre aspettava il fausto giorno delle nozze, la giovinetta fu morsicata da un serpente e morì. Ma il pianto è i gemiti di Ruru impietosirono gli dèi, i quali concessero che la bella risuscitasse, purché Ruru cedesse a lei metà della propria vita. Acconsentì egli e felice impalmò la fanciulla così miracolosamente ricuperata. Ma contro i serpenti nutrì d’allora in poi un odio mortale e quanti ne incontrava tanti ne uccideva; finché un giorno, mentre stava per ammazzare un innocuo serpentello acquatico, questi lo esortò alla compassione e a non confondere nel suo furore gli innocenti coi colpevoli: “Ascoltami, o Ruru, o virtuoso! Anche Janamejaya voleva distruggere tutti i serpenti: ma alla salvezza dei miseri provvide un brammano, eroico per la forza della ascesi e profondo conoscitore di tutti i libri vedici”.
Questo brammano, salvatore dei serpenti che a migliaia si precipitavano nelle fiamme, attratti dai potenti scongiuri dei sacerdoti di Janainejaya, fu il giovanetto Astika.

L’episodio di Astika

La terza è la storia di ASTIKA. Il divino Kashyapa aveva per mogli due sorelle. Kadru e Vinata, alle quali un giorno concesse una grazia. Kadru scelse mille figli, che furono i naga o serpenti; Vinata scelse due soli figli, ma più forti di quelli di Kadru, e furono Aruna e il terribile e gigantesco Garuda, l’uccello sacro al dio Visnu e accanito nemico dei serpenti. Poiché fra le due sorelle esisteva una continua rivalità, che si manifestò in modo strano in occasione di una scommessa. Passeggiando un giorno esse sulla riva del mare, scorsero da lontano il divino cavallo Ucchaihshravas, nato insieme ad altre otto meraviglie, dalla schiuma del mare frullato dagli dèi (di questo frullamento è data una grandiosa descrizione). Disse allora Kadru a Vinata: “Di qual colore è il cavallo Ucchaihshravas? Dillo subito, o cara”. Vinata rispose: “Bianco invero è questo re dei destrieri: pensi tu forse altrimenti? di anche tu il colore, e scommettiamo”. Disse Kadru: “Io penso, o graziosa, che la coda di questo cavallo sia nera. Orsù facciamo una scommessa: e chi di noi due perde, sia schiava dall’altra”.
Ora quel divino cavallo era realmente bianchissimo, candido al pari di raggio di luna. Kadru però, volendo vincere la scommessa, ricorse ad un inganno: e chiamati i suoi mille figliuoli, i neri serpenti, ordinò loro di attaccarsi alla coda del bianco destriero, perché apparisse nera. E siccome i serpenti non obbedivano alle sue parole, essa così li maledisse: “Voi consumerete il fuoco durante il sacrificio dei serpenti che celebrerà Janamejaya, il pio e savio re Pandava”!
Atterriti da tale maledizione, alcuni dei serpenti si attaccarono alla coda di Ucchaihshravas: cosicché quando la mattina dopo andarono le sorelle ad osservare il cavallo, questi appariva con la coda nera. Vinata, per duta la scommessa, divenne schiava della sorella e rivale Kadru; e solo dopo lunghissimo tempo e dopo me ravigliose lotte e vicende, la liberò dalla schiavitù il figlio Garuda.
In grande angustia vivevano intanto i serpenti, sui quali incombeva minacciosa la maledizione di Kadru. Pure, una profezia assicurava che Ii avrebbe salvati dalla distruzione il figlio che sarebbe per nascere dall’asceta Jaratkaru e da Jaratkaru, sorella del serpente Vasuki.

L’episodio di Parikshit

C’era una volta un re chiamato Pariksit, discendente dalla stirpe dei Kuru, dalle braccia forti come Pandu, esimio fra gli arcieri nella battaglia: appassionato per la caccia, come già l’avolo suo, questo principe andava attorno uccidendo gazzelle e cinghiali e iene e bufali ed altre svariate belve. Un giorno, avendo egli colpita una gazzella col levigato strale, postosi l’arco sulle spalle, la inseguì per una fitta selva; qua e la ricercandola la inseguiva, con l’arco fra le mani, come una volta l’eccelso Rudra inseguì nel cielo la gazzella sacrificale da lui trafitta. Fino a quel giorno, nessun animale colpito dal re era sfuggito alla morte: la sparizione della gazzella fu un primo presagio del fato che minacciava il principe Pariksit. Trascinato lontano nel vano inseguimento, egli stanco ed assetato trovò nella selva un eremita il quale, seduto nella stalla, sorbiva l’abbondante schiuma
che usciva dalla bocca dei vitelli succhianti il latte delle vacche. Stanco ed affamato, il re corse in fretta verso quell’asceta dai rigidi voti e, sollevando l’arco, così l’interrogò: “Oh brammano, io sono il re Pariksit, figlio di Abhimanyu: hai forse veduto passare una gazzella che io ho ferita?”
Ma quell’asceta, legato dal voto del silenzio, non gli rispose nulla. Adirato il re, raccolto con la punta dell’arco un serpente morto, glielo butto sulle spalle. Ma quegli non gli bado, né una parola gli disse, né mala né buona. Vedendolo così concentrato nella meditazione, l’ira del re cadde, e tutto turbato ritorno alla sua città. Ma non si mosse quel sant’uomo: d’indole tollerante, non pensò quel grande asceta, benché offeso, a maledire quel re che agiva secondo la sua indole collerica: d’altra parte il re non sapeva che quegli fosse tanto virtuoso: perciò gli aveva fatto offesa.
Questo grande asceta aveva un figlio per nome Shiringin, altrettanto intollerante e collerico quanto egli era tollerante e mansueto; anche questo figlio praticava una severa ascesi e ne aveva guadagnata immensa forza.
Quando Shiringin, dai motteggi di un compagno, seppe tutto l’accaduto e vide che il venerando padre suo portava ancora sulle spalle l’impura spoglia del serpente gettatovi dal re Pariksit, tutto infiammato d’ira male
disse quel monarca con queste parole: “Che il re dei serpenti, Taksaka inferocito, dal l’acuto e potente veleno, spinto dalla forza del mio scongiuro, mandi, da oggi a sette giorni, alla dimora dei morti quel malvagio re infame, sprezzatore dei brammani, obbrobrio della stirpe di Kuru, quel re malvagio che ha buttato un serpente morto sulle spalle di questo misero vecchio, del babbo mio”.
Invano il vecchio asceta cercò di ridurre il figlio a più miti consigli. Shiringin non aveva mai detto una parola mendace in tutta la vita sua, e la maledizione non poteva esser revocata. Dolente, inviò il padre un suo pio e virtuoso discepolo, Gauramukha, dal re Pariksit.
Accolto con onore dal re, il brammano Gauramukha, riposatosi, riferì al re per intiero le tre mende parole di Shamika, in presenza dei ministri: “O gran re, vive nei tuoi domini un virtuosissimo santo per nome Shamika, calmo, paziente, asceta. A lui che osservava il voto del silenzio tu, o re, hai buttato sul collo un serpente morto. Tollerò egli questa tua azione, ma non la tollerò il figlio suo, questi, all’insaputa del padre, oggi ti ha maledetto: fra sette giorni Taksaka sarà la tua morte. Il vecchio asceta lo pregò e ripregò per la tua salvezza, ma non fu in verun modo possibile di indurre lo sdegnato figliuolo ad altro consiglio. Allora egli, pensando al tuo bene, mi ha mandato da te.”
Udite le tremende parole, quel devoto re Kuruide rimase addolorato del fallo commesso, e l’anima sua fu lacerata dal dolore quando seppe che quell’eccelso asceta aveva fatto nella selva voto di silenzio. E tanto più si afflisse di avere offeso Shamika, l’asceta, riguardando all’indulgenza di lui; non tanto invero quel re divino si angustiava per la sua propria morte, quanto di aver commesso quella colpa.
Poi egli congedo Gauramukha dicendogli: “Mi torni ora benigno il venerando!” Non appena Gauramukha fu partito, il re tutto agitato tenne consiglio con i ministri. Quell’esperto principe, prese coi ministri le deliberazioni, fece costruire una torre poggiante sopra un solo pilastro, ben guardato: e vi colloco sentinelle, e medici e medicine e dispose d’ ogni intorno brammani conoscitori delle formule magiche. Affidati quindi ai ministri tutti gli affari di stato, quel virtuoso principe ivi dimorava, custodito d’ ogni intorno.
E nessuno era ammesso alla presenza dell’eccelso monarca, nemmeno al vento era concesso di entrare colà. Giunto quel settimo giorno, il dotto e grande brammano Kashyapa si avviò dal re coll’intenzione di curarlo; poiché egli aveva udito ché Taksaka, l’eccelso serpente, doveva condurre quell’ottimo re alla dimora dei morti; e pensava: “Io lo guarirò dalla morsicatura del re dei serpenti: ne avrò cosi guadagnato e avrò fatto il mio dovere”.
Or mentre egli assorto in questo pensiero procedeva nella via, fu visto da Taksaka, dal re dei serpenti, il quale, prese le sembianze di vecchio brammano, gli disse: “Dove, onorando, te ne vai cosi frettoloso, e per quale faccenda.” Rispose Kashyapa: “Oggi Taksaka, l’eccelso serpente, arderà col suo fuoco il Kuruide Pariksit, il principe vittorioso; ed io, o caro, mi affretto per far guarire subito quel potentissimo re, quello splendido rampollo Panduide, dopo che sarà stato morso dal re dei serpenti”. Disse Taksaka: “lo sono quel Taksaka, o brammano: io consumerò quel principe, torna indietro, tu non hai potenza di curare chi è stato morsicato da me.” Kashyapa rispose: “Io, recatomi dal principe da te morsicato, lo guarirò della febbre con la forza dei miei scongiuri: cosi io penso”. Disse Taksaka: “Se tu hai potenza di guarire chi è stato morso da me, allora, o Knshyapa, risuscita quest’ albero che io ora mordo; fammi vedere la tua grande potenza negli scongiuri, ingegnati! davanti ai tuoi occhi, o bravo brammano, io abbrucerò questo albero di nyagrodha”. Disse Kashyapa: “Mordi, o principe dei serpenti, quest’albero, se cosi ti piace: dopo che l’avrai morsicato, lo farò io rivivere, o serpente.”
A tali parole del magnanimo Kashyapa l’eccelso principe dei serpenti lanciandosi contro l’albero di nyagrodha lo morsicò; e quell’albero, morso dal magnanimo serpente, impregnato di acuto veleno divampò tutto. E quando l’albero fu arso, di nuovo si rivolse il serpente a Kashyapa: “Guarda ora, ottimo brammano, di far rivivere quell’albero”. Raccolta tutta la cenere di quell’albero incenerito dalla violenza del veleno, Kashyapa disse queste parole: “Guarda, o principe dei serpenti, quanto può la scienza mia: davanti ai tuoi occhi, o serpente, io farò rivivere quest’albero”.
Allora il dotto e venerando Kashyapa, l’eccelso brammano, coi suoi scongiuri risuscitò quell’albero che era ridotto un mucchio di cenere: prima ne rinverdì il germoglio, due foglie spuntarono, i rami e le fronde e tutto quanto il fogliame. Quando ebbe visto ciò, Taksaka disse: “Non mi sorprende tal miracolo in un brammano illustre qual tu sei, tu puoi annientare il veleno mio e dei miei pari. Qual è il guadagno che pensi di ricavare dalla tua gita colà, o asceta e poiché quella mercede che tu desideri ottenere da quel principe, te la darò io, per quanto grande essa sia. Pensa che, trattandosi di un principe prossimo a perire per la maledizione di un
brammano, la tua riuscita è dubbia: e se tu non riuscissi, questa tua fama che risplende per i tre mondi, si offuscherebbe a mo’ di sole privo di raggi”.
Kashyapa rispose: “Per desiderio di ricchezza io me ne vado colà: ottenutala da te, o serpente, io me ne tornerò indietro”.
Disse Taksaka: “Io ti darò una ricchezza maggiore di quella che tu desideravi ottenere da quel re: torna indietro, ottimo brammano”.
A queste parole di Taksaka, l’eccelso e saggio brammano rifletté circa la sorte del principe e riconoscendo con la sua sovrumana visione che la vita di lui era prossima al termine, se ne tornò indietro, dopo aver ottenuto da Taksaka quanta ricchezza voleva. Si affrettò allora Taksaka alla città di Hastinapura; ed avendo sentito dire per via che il re era gelosamente protetto da scongiuri e medicine contro il veleno, così rifletté: “Bisogna ch’io trovi una qualche astuzia contro questo re, come fare altrimenti”? Allora Taksaka mandò da quel re alcuni serpenti, in forma di eremiti, con un’offerta di frutta e di erbe e di acqua consacrata.
A questi serpenti disse Taksaka: “Recatevi tranquillamente dal re e dite che volete offrirgli queste frutta, questi fiori e quest’acqua”.
I serpenti eseguirono l’ordine di Taksaka e portarono al re le erbe, l’acqua e le frutta. Accetto questi ogni cosa e, rese loro le dovute grazie, li congedò. Partiti quei serpenti travestiti da eremiti, disse il sire ai ministri ed agli amici: “Vogliate mangiare insieme con me questa dolce frutta offerte dagli eremiti”. Così il re, insieme ai ministri, si accingeva a mangiare quelle frutta; ma, come spinto dal destino, cioè dalle parole del l’asceta, egli prese per sé appunto quel frutto in cui stava il serpente. E mentre il re gustava quel frutto, ne uscì fuori un vermiciattolo rossiccio, con gli occhi neri, piccolissimo. Preso in mano quel vermiciattolo, il re disse ai ministri: “il sole volge al tramonto, del veleno non ho più paura: pure, per non far bugiardo quell’asceta, mi lascerò mordere da questo verme, fingendo che sia Taksaka: così avrò espiato il mio fallo”! Approvarono i ministri, spinti dal Fato. E tosto il re, posatosi sul collo il vermiciattolo, rise forte: insensato, non sentiva la morte vicina; rideva egli, e Taksaka, uscito fuori da quel frutto, avvolse lui nelle sue spire: e con un grande sibilo il signore dei serpenti morsicò il signore della terra.Dopo la crudele morte di Pariksit, i ministri consacrarono re il figlio suo Janamejaya.
Intanto l’asceta Jaratkaru, per salvare dall’inferno le anime dei suoi antenati, consentì ad ammogliarsi, purché la sposa sua avesse il suo stesso nome e gli fosse offerta in dono, senza ch’ei dovesse pensare a mantenerla. Dopo lungo e vano errare di paese in paese, a Jaratkaru fu finalmente offerta in moglie dal serpente Vasuki la sorella Jaratkaru. Dalla loro unione nacque un figlio, cui fu posto nome Astika; crebbe questo fanciullo tra i severi studi del Veda, virtuoso e sapiente. Il re Janamejaya, ansioso di vendicare la morte del padre e l’offesa fatta da Taksaka al brammano Uttanka, ordinò il grande sacrificio dei serpenti.
Quindi, conforme al rituale, ebbe principio il sacrificio dei serpenti, ciascuno dei sacerdoti sacrificatori attendendo al proprio ufficio, indossate nere vesti, con gli occhi arrossati dal fumo, essi buttavano legna nel fuoco, pronunziando scongiuri; e terrificando il cuore di tutti i serpenti, li spingevano irresistibilmente a sacrificarsi nelle fauci del fuoco. Allora si videro i serpenti precipitarsi nell’ardente vampa, contorcendosi, pietosamente chiamandosi l’un l’altro: tremanti, ansimanti, l’un l’altro intrecciantisi con le code e coi capi, piombavano tutti nelle fiamme crepitanti: e i bianchi e i neri e gli azzurri e i vecchi e i poppanti, cadevano
nel fuoco ardente urlando in varie guise.
Così trovarono invincibile morte a centinaia di migliaia, a milioni, a centinaia di milioni! Alcuni simili a cavalli, altri a proboscidi: alcuni immensi e forti come elefanti infuriati: grandi e piccoli, dei più svariati colori, gonfi di veleno, simili e clave, mordaci, robusti, tutti piombavano nel fuoco quei serpenti, costretti dalla punitrice maledizione materna.
Pochi ormai rimanevano della razza dei serpenti: quando il giovanetto Astika, spinto dalle preghiere dello zio Vasuki e della madre Jaratkaru, si presentò al re Janamejaya: e ne tessé le lodi con versi così nobili e soavi che il re, commosso, gli concesse di scegliersi una grazia. In quel momento Taksaka stesso, il re dei serpenti, spinto dai potentissimi scongiuri, stava per cadere nel fuoco, ma tosto il giovanetto Astika chiese come grazia la cessazione del sacrificio.
Invano il re gli offrì in cambio i più grandi tesori, Astika rimase fermo nella sua domanda e il re, legato dalla sua parola, dove ordinare che il sacrificio terminasse, Così i serpenti, col loro capo Taksaka, furono salvati dalla distruzione per opera del giovanetto Astika. E negli intervalli della sacra cerimonia, il Mahabharata fu recitato al re Janamejaya da Vaishampayana, alunno dell’eccelso e divino vate Vyasa.
Cominciò questi col narrare la nascita di Vyasa stesso e descrisse l’età dell’oro, della terra incorrotta e della felicità. Espose quindi la genealogia degli dèi, semidei, geni, serpenti, giganti, demoni e animali e finalmente degli nomini.
Il pensiero degli ascoltanti corse subito ai progenitori dei Kuruidi e Panduidi, degli eroi del poema, discesi da Bharata figlio di Dusyanta. Di questo re, e dei suoi amori con Shakuntala parlò quindi prima di tutto il narratore.

Episodio di Shakuntala

Il re Dusyanta dalle forti braccia, circondato da numerose schiere di soldati, carri, elefanti e cavalli, si addentrò una volta in una fitta selva, insieme al suo quadruplice esercito, con le centinaia di guerrieri recanti spade e giavellotti, armati di clave e di mazze, con i forti che brandivano spiedi e dardi. E mentre questo principe procedeva, ecco levarsi uno strepito gioioso dalle alte grida dei guerrieri, dallo squillo delle conchiglie e dal rullo dei tamburi, dallo scalpiccio delle ruote dei carri e delle zampe dei cavalli; grida dei soldati varii di armi e variÌ di vesti, mischiate a nitriti, interrotte da cigolii.
Dalle belle terrazze dei palagi guardavano all’eccelso eroe le donne, al glorioso e amabile principe, simile a Shakra, uccisore dei nemici, come leone degli elefanti; e contemplandolo, ripensavano esse il dio che scaglia il fulmine: “Ecco la tigre degli uomini, forte come Vasu, dinanzi al cui valido braccio si dileguano le schiere dei nemici!”
Con tali parole celebravano le donne quel signore delle genti, mentre affezionate gli gettavano sul capo una pioggia di fiori. E mentre le lodi dei sacerdoti risuonavano d’ogni intorno, egli soddisfatto si addentrò nella selva, desideroso di far preda. Dusyanta, tigre degli uomini, coi seguaci e i soldati ed i carri, mise sossopra la selva, uccidendo svariati animali.
Dopo aver ammazzato migliaia di fiere, smanioso ancora di caccia, il re col suo séguito entrò in un’altra foresta. Rimasto poi lontano dal suo séguito, il forte principe, preso dalla fame, dalla sete e dalla stanchezza, arrivato al termine della selva, si ritrovò in una grande spianata brulla.
Oltrepassatala, il re raggiunse un’altra foresta oltremodo amena, allietata da freschi venticelli, con un bell’ eremitaggio, sparsa di alberi fioriti, ricca di tenera erbetta, ampia, risuonante del dolce cinguettio degli augelli, del canto dei kokila, dellestrida delle cicale: circondata da arbusti dall’ombra gradita per i folti rami, abbellita da prati con folti sciami di api; ivi non albero senza fiori, non albero che non · desse frutti, non albero che avesse spine o cui mancassero schiere di api: lieta di canti di augelli, adorna di alberi ombrosi ed in ogni stagione fioriti. Di tali bellezze adorna vide il re questa selva, giacente sul delta del fiume, simile a bandiera dispiegata. Ora, guardando quella selva lieta di augelli, scorse un ameno e grazioso eremitaggio: fra gli alberi svariati ond’era cosparso ardevano fuochi sacrificali, cui egli devoto fece riverenza. Molti santi uomini vi erano, asceti e Valakhilya, e ricche di fiori vi splendevano le numerose cappelle consacrate ad Agni: · vi scorreva attraverso il fiume Malini dalle pure e. dolci acque, sulle cui rive posava l’ameno eremitaggio del magnanimo, venerando Kashyapa, frequentato da schiere di santi uomini. AlJora il principe, veduta la riva con I’eremitaggio, pensò di entrarvi.
E giunse ad un gran bosco cui adornava la Malini dalle amene sponde, ricca di isole: pari al soggiorno di Nara e Narayana adornato dalla Ganga, risuonante delle grida dei pavoni festanti. A questo bosco simile al Caitraratha accorse il principe, per visitare il gran santo Kanva, il virtuoso discendente di Kashyapa, l’asceta di insostenibile splendore. Fatto fermare il suo corteo di alfieri e cavalieri, di pedoni e di elefanti, all’ingresso del bosco, il re così parlò: “Ora io andrò a visitare quel santo che ha trionfato delle passioni, l’asceta Kashyapa, voi aspettate qui il mio. ritorno.” Dopo aver deposto i distintivi regali, quel distruttore di nemici, accompagnato dal ministro e dal sacerdote domestico, entrò in quell’ameno solitario soggiorno di Kashyapa, cui facevan corona asceti venerandi dai rigidi voti.
Quel re dalle forti braccia avviatosi solo senza i ministri, nell’eremitaggio, non vi trovò quel santo dai rigidi voti. Non scorgendo quel santo ed accorgendosi dell’eremo vuoto, egli gridò ad alta voce, sì che parve echeggiarne la selva: “O chi è qua?”. All’udire la voce di lui, una fanciulla bella come Shri uscì fuori, in veste da penitente, da quell’eremitaggio. Veduto il re Dusyanta, essa dagli occhi neri subito lo salutò rispettosamente con un “benvenuto!”; ed offertogli un seggio, e l’acqua per i piedi ed un dono ospitale, interrogò quel principe circa la sua salute e prosperità. Dopo tale omaggio e tali domande essa, un poco sorridendo, disse: “Ed ora, qual cosa è da fare?” Guardando quella fanciulla dolce parlante dalle membra irreprensibili, il re debitamente ossequiato le rispose: “Io sono venuto per ossequiare il venerandissimo santo Kanva; dove è andato il venerando, o bella, dimmelo, o cara!” Disse Shakuntala: “Il babbo mio, il venerando, ha lasciato l’eremitaggio per raccogliere delle frutta: aspetta un momento, e lo vedrai ritornato”. A tali parole di lei il principe, poiché il santo uomo non si mostrava ancora, guardando la bella fanciulla dai bei fianchi,. Dal limpido sorriso, radiante di bellezza, di. ascesi e di modestia bella florida gioventù, così le parlò: “Chi sei tu? Si chi sei figliuola, o tu dai bei fianchi e perché venisti nella selva? Donde sei venuta, o bella, dotata di tanta bellezza e virtù. Non appena ti vidi, o gentile, da te il cuore mi fu rapito: chi tu sia bramo sapere: ciò narrami, o bella.” A tali detti del re la fanciulla dell’eremo rispose sorridendo con queste parole dolce sonanti:
“O Dusyanta, io sono tenuta per figlia del venerando Kanva, del costante, giusto, magnanimo penitente”.
Disse Dusyanta: Per la sua continenza, o nobile donzella, quel venerando è da tutti onorato, lo stesso dio della giustizia potrebbe forse deviare dalla via dell’onesto, mai ne devierebbe egli dai rigidi voti. Come può darsi quindi che tu sia sua. Figliuola? Grande è in me il dubbio, che tu, o bella, mi devi risolvere”.
Disse Shakuntala: “Ascolta, o re, quel che mi fu narrato conforme a verità, e come io sia figliuola dell’asceta. Una. volta capitò qui un certo santo che voleva sapere della mia nascita; senti, o principe, che cosa gli rispose il venerando Kanva in quell’occasione.
Disse Kanva: “Si narra che una volta Vishvamitra assoggettandosi ad una grande penitenza mise in gran pensiero Shakra, il signore delle schiere divine. Timoroso questi che colui, per la forza e potenza acquistata coll’ ascesi, potesse balzarlo dal proprio seggio, chiamata Menaka le disse: “Per divine virtù, o Menaka, tu eccelli fra le Apsaras; fammi questo piacere, o bella! Ascolta ciò eh’ io ti dico. Questo grande penitente Vishvamitra, sfolgorante come il. sole, praticando una terribile ascesi mi turba la mente. Oh Menaka, questo è affar tuo! Oh tu dalla sottile cintura! Vishvamitra devoto, irresistibile, è intento ad una terribile penitenza, tu va’, e seducilo, che lui non abbia a rovesciarmi dal trono! impedisci la sua ascesi, rendimi questo gran favore. Allettandolo coi detti, coi sorrisi, con le dolci movenze, con la gioventù e la bellezza, o tu dai bei fianchi, distoglilo dalla penitenza!”
Disse, Menaka: “Anche tu, o sire, lo conosci: egli è potentissimo, grande asceta ed anche facile all’ira: e se la potenza e l’ascesi e la collera di quel magnanimo ti fa tremare, come non farebbe tremare me pure? Al pensiero delle sue gesta grande turbamento mi prende! dammi i tuoi ordini, o sire, ma che egli adirato non abbia ad incenerirmi col furore della sua ascesi egli potrebbe ardere i mondi, egli potrebbe far tremare la terra con un piede, potrebbe buttar già il grande monte Meru e riaccostare i punti estremi del mondo, e come a un tale asceta, risplendente qual fuoco, dai sensi domati oserebbe accostarsi una donna come me, come, o gran dio, una donna come me oserebbe toccare il suo volto di fuoco, le sue pupille pari al sole e alla luna, la sua bocca terribile come la morte e come una donna come me non tremerebbe della potenza di lui, di cui tremano e Yama e Soma e i grandi risi e i Sadhya e i Vishva e i Valakhilya tutti, eppure se tu, o re degli dèi, così mi comandi, come non andare presso a quel santo f ma pensa alla mia salvezza, o sire, ch’io renda a te questo servizio da te protetta. Almeno, o sire, che il Vento mi sollevi la veste mentre io colà starò scherzando, e concedimi che amore mi sia compagno in questa faccenda; e spiri dalla selva un’auretta profumata, allorquando io cercherò di sedurre quel santo.
A vendo il dio acconsentito e disposta ogni cosa, essa si avviò all’eremitaggio del figlio di Kushika e il Vento le faceva compagnia. Allora la timida Menaka dai bei fianchi vide nell’eremitaggio il penitente Vishvamitra, in cui l’ascesi aveva distrutto ogni impurità. Salutato quel santo, si mise essa a scherzare presso di lui; e il Vento allora le rapi la veste del colore della luna. Ed essa corse frettolosa per raccogliere da terra la veste, vergognosetta, quasi indispettita, la bella, contro il vento; vedeva il santo, dall’ eccelso splendore, ogni sua movenza.
Allora il grande eremita Vishvamitra si accorse della ineffabile bellezza e gioventù di Menaka, la quale svestita, imbarazzata, turbata, cercava di riafferrare la veste. La vista della bellezza di lei ispirò in quell’eccelso brammano un sentimento d’amore, e la chiamò a sé ed essa, la impeccabile, acconsenti.
Colà essi due passarono insieme un lunghissimo tempo nelle gioie di amore: e parve loro un giorno solo. E Menaka, rimase incinta e sull’ameno pendio del Himavat, lungo le rive della Malini sgravatasi di una figlioletta, quivi l’abbandonò; e compiuto ormai il suo incarico, Menaka tosto ritornò alla sedi di Shakra. Veduta quella pargoletta giacente nella remota selva frequente di tigri e leoni, gli avvoltoi d’ogni intorno la circondarono, per proteggerla dalle offese di quei carnivori. Ed io andato colà per le sacre abluzioni, la vidi giacente nell’amena selva remota, attorniata dagli avvoltoi: e presala con me, l’adottai come figlia; poiché secondo i sacri precetti si chiamano “padri” tutti e tre, colui che ci dà la vita, colui che ci salva la vita, colui che col cibo ci mantiene in vita. E siccome l’avevo trovata nel deserto bosco circondata da avvoltoi (shakunta), cosi, le posi il nome di Shakuntala. Sappi dunque, o brammano, che io tengo Shakuntala per mia figlia, ed essa, la irreprensibile, mi considera suo padre”.
Disse Shakuntala: “Così egli rispose alla domanda di quel gran santo: tu pure, o principe, ora sai che io sono figlia di Kanva; poiché, non conoscendo il babbo mio, io considero Kanva come tale.O re, come io udito questa cosa, cosi te l’ho raccontata.
Disse Dusyanta: “Da quello che tu bai detto, o bella, è manifesto che tu sei progenie di re, bella fanciulla, sii moglie mia: dimmi, qual grazia desideri da me? Un’aurea collana, vesti, orecchini d’oro, perle e gemme rilucenti venute da vari paesi e aurei monili e preziosi tappeti io oggi ti offrirò, sia tuo il mio regno; prendimi per sposo, o bella! Si faccia il nostro matrimonio, o timida fanciulla, secondo il rito gandharva: poiché fra i riti matrimoniali questo, o graziosa, è detto il migliore”.
Disse Shakuntala: “Il babbo mio, o re, si è allontanato dall’eremo per raccogliere frutta; aspettalo per un poco, ed egli mi darà a te in sposa”.
Disse Dusyanta: “O irreprensibile, io desidero che tu stessa mi prenda: sappi che io vivo per te, che verso te è andato il mio cuore. Ciascuno è il primo parente di sé stesso e ciascuno può disporre di sé stesso: da te stessa tu puoi donare te stessa secondo i precetti. Otto sono in tutto i riti matrimoniali ricordati nella legge: il rito brahma, il daiva, l’arsa, il prajapatya, l’asura, il gandharva, il raksasa e finalmente il paishaca; Manu Svayambhuva ha dichiarato quali di questi sono legittimi per ciascuna casta. Sappi che i primi quattro sono raccomandati per il brammano: i primi sei poi sono legittimi per lo kshatra, o irreprensibile! Ai re può convenire anche il rito raksasa; l’asura è proprio dei vaishya e dei shudra; dei primi cinque riti, tre sono legittimi e due illegittimi: questi due ultimi, il paishaca e l’asura, sono sempre da evitarsi. Queste sono le regole da seguirsi indicate dalla legge. Il rito gandharva ed il raksasa sono legittimi per un guerriero, non dubitarne, sia che si pratichino in forma distinta o in forma mista, non vi è dubbio su ciò. Secondo il rito gandharva adunque tu devi essere mia moglie, tu nobile donzella innamorata di me che sono di te innamorato.
Disse Shakuntala. “Se questa è la via della legge e se io sono libera di me stessa, ascolta, o signore dei Puruidi, a qual patto io acconsento al matrimonio. Promettimi veracemente quello che io in segreto ti dirò: se nascerà da me un figlio, sia egli il tuo immediato successore al trono: o gran re, questo in verità ti dico! Purché cosi avvenga, o Dusyanta, io sarò tua!”
“Così sia!” le rispose il re senza esitare “e nella mia città, come ne sei degna, io poi ti condurrò, o tu dal puro sorriso! questo in verità ti dico!”
Così detto, quel devoto re prese per la mano, secondo il rito, lei dalle graziose movenze: e seco lei dimorò. E sul punto di ripartire, confortandola, più volte le ripeteva: “Manderò per te un quadruplice esercito che ti conduca alla mia reggia, o tu dal puro sorriso”.
Fattale questa promessa, il principe se ne andò, non senza pensare al Kashyapa: “Che cosa farà il venerando penitente quando saprà questa cosa” E co tale pensiero egli rientrò nella propria città. Poco tempo dopo la partenza di lui, ecco Kanva di ritorno all’ eremitaggio, e Shakuntala, per vergogna, non si fece incontro al padre. Ma il venerando Kanva, il grande asceta, avendo compreso tutto per la visione soprannaturale della sua scienza divina, così le disse, soddisfatto: “Il segreto connubio con quell’uomo, oggi fatto da te senza consultarmi, non è contrario all’onesto, poiché il rito gandharva è per un guerriero la miglior forma di matrimonio, si celebra esso in segreto, senza formule di benedizione, fra i due amanti. E virtuoso e magnanimo ed eccelso fra gli uomini è quel Dusyanta che tu, o Shakuntala, hai preso per consorte diletto. Magnanimo e fortissimo ti nascerà un figlio che reggerà tutta quanta la terra cui l’oceano circonda, ed invincibile sarà sempre l’esercito di lui magnanimo imperatore, movente contro il nemico”.
Allora essa lavati i piedi all’asceta affaticato, e deposto il suo carico e bellamente ordinati i frutti, così parlo: “lo ho scelto per marito il re Dusyanta eccelso fra gli uomini: a lui ed ai suoi voglia or tu concedere una grazia”.
Disse Kanva: “Benigno a lui son io per amor tuo, o nobile donzella: scegli, o cara, la grazia che desideri da me.” Allora Shakuntala, tutta desiosa del bene di Dusyanta, scelse come grazia che i suoi successori conservassero sempre il trono e fossero sempre virtuosi.
Partito Dusyanta dopo le promesse fatte a Shakuntala, essa la graziosa, partorì un figlioletto, un principe di forza incommensurabile. Compiuti che furono tre anni, celebrò il piissimo Kanva secondo i riti la cerimonia natalizia ecc., di quel figlioletto di Dusyanta; risplendente come viva fiamma, ricco di virtù, nobiltà e bellezza. Rapidamente cresceva quel fanciullo: bianchi i denti e acumi- nati, robusto come un leone, grande, segnata la mano della linea della maestà, ampia la fronte, fortissimo, bello, pari a prole divina. Fanciullo di appena sei anni egli, fortissimo, legava agli alberi dell’eremitaggio leoni e tigri e cinghiali e bufali e elefanti, e scherzando con quelle fiere e cavalcandole e domandole correva via, tanto che la gente che stava nell’eremo di Kanva lo chiamava il doma-tutti (Sarvadamana). Considerando le azioni sovrumane di quel giovinetto, il sant’uomo disse a Shakuntala che gli sembrava giunto il tempo di farlo consacrare erede al trono. Riconoscendo la grande forza di lui, Kanva disse ai discepoli: “Tosto conducete via da questa casa Shakuntala insieme al figlio e menatela, adorna di tutti i fausti distintivi, alla reggia del marito; poiché non sta bene che le donne maritate soggiornino a lungo in casa dei parenti, ne soffrono la fedeltà, l’onestà, il buon nome; partite adunque senza indugio!”
E tutti quei forti obbedirono, e si avviarono, preceduti da Shakuntala col figlio, verso Hastinapura. Dalla selva a lei familiare la donna si recò da Dusyanta, menando seco il figlioletto dagli occhi di loto, pari a progenie di immortali. E mentre i suoi compagni, salutatala, se ne tornavano all’eremitaggio, essa, chiesto ed ottenuto di entrare, insieme al figliuolo raggiante come sole sorgente si avanzò verso il re e resogli il dovuto onore cosi
parlò: “Questo tuo figliuolo, o sire, sia da te consacrato tuo erede al trono; ecco il figlio, di aspetto divino, che io ti ho generato; attieniti alla promessa, o eccelso! ricorda quel patto già da te fissato, per il mio matrimonio, nell’eremitaggio di Kanva!”
Il re allora, udite le parole di lei, benché si ricordasse, disse: “Io nulla rammento; di chi sei tu figlia, misera penitente? Io non ricordo di aver avuto teco relazione di alcun genere; va dunque, o rimani se vuoi; fa quello che ti piace.” A queste parole la bella rimase vergognosa; la misera, fuori di sé, si fermò, immobile per il dolore, a guisa di colonna. Poi, rossi gli occhi di sdegno e d’ira, tremanti le labbra, guardò il re con sguardi obliqui, ardenti, come per incendiarlo. Pur, frenando lo sdegno, che dal volto non trasparisse, essa contenne
l’interno fuoco dell’ascesi; e riflettuto un momento, adirata, sdegnata e addolorata, guardando in faccia il marito così gli disse: “O gran re, pur conoscendomi, come non temi di dire “non ti conosco”, mentendo come uomo volgare? il tuo proprio cuore sa qual sia la verità e qual sia la menzogna; ascolta quel ch’esso dice, e non avvilire te stesso.
Colui che, pur pensando una cosa, un’altra ne esprime, qual delitto non commetterebbe, ladro della sua stessa anima? Tu ti credi di esser solo; e non sai che in fondo al tuo cuore soggiorna un antico Veggente, che conosce ogni tua malvagia azione; e in presenza di Lui tu operi falsamente? Crede il malvagio che nessuno sappia ciò ch’ei fa, ma lo sanno gli dèi, e quello Spirito che è dentro di lui. Il sole e la luna, il vento e il fuoco, il cielo, la terra, le acque, il cuore, Yama, il giorno e la notte, l’alba ed il vespro, il dio della giustizia, conoscono ogni azione umana; e solo chi porta in cuore tranquillo e sereno il testimonio delle sue azioni trova benigno il dio della morte. Non disprezzarmi nel pensiero che da me stessa sono venuta qui, dovresti invece onorare la fedele moglie che da sé qui è venuta. Perché, dinanzi alla tua corte, mi tratti senza alcun riguardo? parlo io forse al deserto? perché non mi ascolti? La moglie, destra nelle faccende domestiche: la moglie, datrice di
progenie: la moglie, vita del marito, che per il marito vive: essa, metà del marito: essa, fonte di virtù, di benessere e di amore: essa, radice di salvazione: per essa, ogni atto religioso si compie: per essa, prospera la casa: da lei viene la gioia, da lei la felicità. Nella solitudine, fanno esse da amici, con le dolci parole; nelle sacre occorrenze, fanno da padri; all’angosciato, da madri; al viandante nelle selve, da ristoro; l’ammogliato ispira
fiducia; invero la moglie è via alla salvazione. Quando poi contempla il figlio generato dalla propria moglie, il padre cui sembra di vedere il proprio volto in uno specchio, gioisce a mó di un virtuoso che abbia raggiunto il paradiso. Quando il figliuoletto, tutto coperto di polvere, accostandosi al babbo lo abbraccia, qual gioia si può dare maggiore? E perché tu non cari di questo bambino che da sé ti si è accostato e ti rivolge delle occhiatine affettuose f Perfino le formiche custodiscono le loro uova senza romperle; come tu, che conosci il tuo dovere, non proteggeresti il tuo proprio figlio non contatto di vesti, non di donna, non di acque dà altrettanta gioia quanto il contatto di un figlioletto che ti si attacchi al collo.
Primo fra gli uomini è il brammano, eccelsa fra i quadrupedi è la vacca: onorato sopra tutti è il maestro niente è più dolce a toccarsi del proprio figlio. Che questo grazioso bambino abbracciandoti ti tocchi, non v’è al mondo contatto più dolce di quello de figliuoli. Qual colpa bo io commessa in un’altra esistenza, per cui già abbandonata nella mia infanzia dai genitori, mi tocchi ora di essere ripudiata da te? Ebbene, respinta da te, me ne ritornerò all’eremitaggio ma questo fanciullo, questo figlio tuo tu non devi abbandonarlo!”
Disse Dusyanta: “Io non so nulla di questo figliuolo che tu bai partorito; le donne sono bugiarde: chi presterà fede alle tue parole e la tua genitrice Menaka che, spietata, ti abbandonò sulla pendice del Himavat, a mò di ghirlanda appassita che si getta via, è una sgualdrina; e spietato fu pure quel tuo babbo Vishvamitra, che si lasciò prendere dall’amore, quel guerriero avido della dignità di brammano. Ma sia pur Menaka la prima fra le ninfe celesti, e il padre tuo il primo dei grandi santi, come saresti loro figlia tu, che vieni qui a parlare a mò di donna impudica? Le tue parole non meritano fede: non ti vergogni di dirle in mia presenza, vattene, malvagia penitente, come ci può essere qualcosa di comune fra quell’eccelso santo e l’apsaras Menaka e te stessa che indossi la misera veste della penitente, questo tuo figliuolo è bello grosso davvero e ben forte per la sua età, come mai in così poco tempo è cresciuto qual tronco di querce? Concepita da Menaka in un subitaneo capriccio amoroso, ben vile è la tua nascita, e tu parli come donna impudica. lo nulla so di tutto quello che tu dici, io non ti conosco: va pure dove ti piace.”
Disse Shakuntala; “O re, tu vedi gli altrui difetti, benché piccoli, come grani di senape, e fingi di non vedere i tuoi, benché grandi come frutti di bilva. Menaka è fra gli dèi, anzi essa è dagli dèi ossequiata, la mia stirpe, o Dusyanta, è superiore alla tua. Tu vai errando sulla terra, o re: io mi muovo nel cielo: fra me e te c’è tale differenza, qunte fra il monte Meru e un granello di senape! Lo stolto, quando sente dire buone e malvage parole, bada alle malvage e le sceglie come fa il porco degli escrementi. Ma il savio, quando sente dire buone e malvage parole, alle buone bada e le sceglie, come il cigno bevendo separa il latte dall’acqua cui è mescolato. Non v’è al mondo altra cosa più di questa ridicola: che un empio chiami empio il virtuoso. Tu non devi, o potente sire, ricorrere ora alla falsità. La sacra offerta di una cisterna vale più che l’offerta di cento pozzi; più di cento cisterne vale la celebrazione di un sacrificio; un figliuolo vale più di cento sacrifici; ma la verità vale più di cento figliuoli. Si pesino sopra una bilancia mille sacrifici di cavalli, e la verità: la verità peserà più dei mille sacrifici. O sire, quanto lo studioso di tutti i Veda, quanto le sacre abluzioni in tutti i pellegrinaggi vale una parola verace, ed anche di più. Non v’è dovere eguale alla verità, non v’è cosa della verità più eccelsa, come non v’è cosa peggiore della menzogna. La verità, o re, è la divinità più alta, la verità è il patto più sublime: non venir meno alla promessa, o re, sia la tua promessa verace! Ma se tu perseveri nella menzogna e se a me non vuoi prestar fede, ebbene, io me ne andrò, come sentire affetto per un non tuo pari? Ma anche
senza di te, o Dusyanta, questo mio figliuolo regnerà sulla terra cui quattro oceani recingono e il re dei monti inghirlanda”.
Dette queste parole al re, Shakuntalà si avviava per partire: ma allora una voce incorporea così parlò dal cielo a Dusyauta circondato dai ministri, dai precettori, dal cappellano e dai sacerdoti: “E’ tuo il figlio, o Dusyanta, non fare offesa a Shakuntala: tu sei il genitore di questo fanciullo, essa ha detto il vero. E poiché per mio ordine tu devi educare questo tuo figliuolo, così abbia egli il nome di Bharata”.
All’udire quest’ordine pronunziato dagli abitanti del cielo, il re Puruide, rallegrato, disse ai suoi ministri ed al cappellano: “Udite voi pure le parole di questo messaggero divino! Anch’io ben riconobbi in lui il mio figliuolo, ma se dietro alle sole parole di lei lo avessi accolto come tale, un sospetto poteva restare nel popolo, non fosse egli illegittimo”.
Lieto e contento accolse allora il re quel figliuolo, purificato dalle parole del messaggero divino. E tutto felice, compiute le sacre cerimonie spettanti al padre, baciò il figlio e lo abbracciò affettuosamente, giubilando al contatto di lui, mentre i brammani lo benedicevano e ne cantavano le lodi i bardi. Ed anche alla sua consorte Dusyanta rese i dovuti onori. Poi, imposto il nome di Bharata a quel figlio di Shakuntala, solennemente lo consacrò suo erede al trono.

Episodio della nascita dei Panduidi

Molti altri illustri antenati degli eroi del Mahabharata enumerò il narratore, finché giunse a ricordare come
l’eccelso asceta Vyasa, morto il re Vicitravirya suo fratellastro senza lasciar figli, dovesse, secondo la legge
del levirato, suscitar progenie alle vedove di lui, Ambika e Ambalika.
La lunga e severa ascesi e la vita nelle selve avevano reso Vyasa di pauroso e sgradevole aspetto: cosicché quando Ambika lo vide avvicinarsi, chiuse gli occhi dallo spavento: e dalla loro unione nacque un figlio cieco, che fu poi il re Dhrtarastra. Quando poi Vyasa si accostò ad Ambalika, non chiuse essa gli occhi, ma impallidì e il figlio che nacque dalla loro unione fu chiamato Pandu, cioè “pallido”. Questi due figli furono allevati ed educati dal loro zio Bhisma, valoroso e saggio guerriero. Dhrtarastra sposò la principessa Gandhari e ne ebbe cento figli e una figlia: primo dei figli, Duryodhana, forte e audace, ma astuto e maligno, come violento e crudele era il fratello suo Duhshasana. Pandu ebbe due mogli: Kunti (chiamata anche Pritha) e Madri: ma in conseguenza di una maledizione attiratasi nella sua gioventù da un brammano, nessuno erede gli nasceva da esse. Le preghiere e i voti suoi e delle sue consorti indussero gli dèi a concedergli la desiderata prole mediante mistiche nozze. Così nacquero a Kunti tre figli: Yudhisthira da Dharma il dio della giustizia; Bhima da Vayu il dio delle tempeste; Arjuna da Indra il dio del firmamento. Da Madri procrearono gli Ashvin, le luminose divinità, due gemelli, Nakula e Sahadeva.
Dal nome del loro padre putativo Pandu, si chiamarono questi cinque figli i Panduidi, mentre Kuruidi erano
generalmente chiamati i loro cugini, come discendenti da Kuru: gli uni e gli altri avevano poi l’appellativo di Bharata (donde il nome del poema) dal loro antenato Bharata, figlio di Dusyanta e di Shakuntala. Dei cinque Panduidi, il maggiore, Yudhisthira era insigne per sapienza, giustizia, onestà; Bhima aveva forza terribile, era violento, temerario, irascibile e lo chiamavano Vrikodara (pancia di lupo) per la sua voracità; ma in Arjuna le più nobili qualità e le migliori virtù guerriere erano riunite: valoroso, magnanimo, cavalleresco, pietoso; Nakula e Sahadeva finalmente erano bellissimi e arditi guerrieri, senza avere le qualità straordinarie dei loro
fratelli. Dopo la morte immatura del loro padre Pandu (sul rogo del quale volle anche la fida Madri sacrificarsi), i Panduidi insieme a Kunti si ridussero a Hastinapura, la capitale ove regnava il loro zio, il cieco re Dhrtarastra. Quivi crebbero essi insieme ai loro cugini Kuruidi, ammaestrati in tutte le scienze e del maneggio delle armi dall’espertissimo brammano Drona. L’invidia però tormentava l’animo dei Kuruidi nel vedere la superiorità dei Panduidi: e crebbe il loro malanimo quando, in un grande torneo ordinato da Drona per mostrare il profitto dei suoi allievi, Arjuna vinse tutti nel maneggio delle armi, e nel colpire i più difficili bersagli con le infallibili frecce.
Or quando il torneo volgeva al termine e gli spettatori erano stanchi e il suono degli strumenti cessava, si udì venire dall’entrata un suono di braccia, braccia di un forte eroe, un suono simile a rumoreggiar di tuono. “Si frangono forse i monti? Si spacca forse la terra? Si riempie forse il cielo di nubi brontolanti gli scrosci?” Così si diceva nell’arena: e tutti gli spettatori volgevano gli occhi verso la grande porta. Quando la gente, con gli occhi spalancati di meraviglia, ebbe fatto largo, entrò nell’ampia arena Karna, il vittorioso guerriero; coperto dalla innata corazza, illuminato il volto dagli orecchini, con l’arco in mano e la spada al fianco, era egli simile
a monte che camminasse.

L’episodio di Karna

Chi era Karna? Quando Kunti, la madre dei Panduidi, era ancor donzella, essendosi propiziata con la sua umiltà e premura il severissimo asceta Durvasas, ebbe da lui in dono un mantra, un versetto magico in forza del quale essa avrebbe potuto ottenere un figlio dalla divinità che le piacesse di invocare. La ingenua fanciulla, curiosa di esperimentare la potenza del mantra, lo pronunziò rivolgendosi al Sole. Tosto il dio le si presentò in tutta la sua magnificenza. Pur restando essa innocente e pura, generò un figlio, un eroico fanciullo che nacque con una corazza aderente alla pelle, con rilucenti orecchini attaccati agli orecchi, dotato di divina bellezza e di tutti i segni della fortuna. Ma temendo il biasimo del mondo, la fanciulla, preparata una cesta ben soffice ed imbottita con bellissimo guancialino, vi depose piangendo il fanciullo e lo abbandonò alla corrente dell’Ashvapadi.
Udite ora le parole che disse Kunti piangente nell’abbandonare la cesta alle onde dell’Ashvapadi: “Ti sian benigne, o figlioletto, le divinità dell’aria e del cielo e delle acque: sia felice il tuo viaggio, né alcuno tu incontri che ti voglia male. Ti protegga nelle onde Varuna, il re e signore delle acque: ti protegga il Vento che nel cielo soggiorna e per ogni dove si muove; e sempre ti protegga il padre tuo, di sommo ardore rifulgente, che a me,
o figlioletto, ti concesse per fato divino, e ti guardino gli dèi tutti, nella gioia e nel dolore. Anche in straniero paese, io ti riconoscerò dalla innata corazza. Felice, o figlio, il genitore tuo, il fulgente Sole che con l’occhio divino ti mirerà mentre scenderai il corso del fiume! felice quella donna che ti adotterà per figlio, al seno della quale tu assetato berrai, divino fanciullo! Non parrà a lei di sognare quando terrà come figlio te risplendente come il sole, armato di una corazza divina, adornato da divini orecchini, te dagli occhi grandi e lunghi come loti, dalla bella fronte, dai bei capelli e quelli che ti vedranno fanciulletto strascinarti in terra insudiciato di polvere, che ti udranno pronunziare tenui è indistinte parole! E felici quelli che ti vedranno poi cresciuto giovanetto, simile a chiomato leone cresciuto nelle selve del Himalaya”. Dopo aver così lungamente e pietosamente lacrimato, la regal fanciulla abbandonò la cesta alle onde dell’Ashvapadi. Dall’Ashvapadi passò quella cesta nella fiumana Oarmanvati, dalla Oarmanvati alla Yamuna, dalla Yamuna alla Ganga. E le onde della Ganga portarono quella cesta col pargoletto fino alla città di Campa, nel territorio dei Sutta.
Quivi il pargoletto fu trovato e raccolto dall’auriga del re Dhritarastra, Adhiratha, e dalla moglie di lui, Radha. Non avendo essi figliuoli, con grande gioia allevarono ed educarono quel fanciullo, che divenne il grande eroe Karna. Karna era dunque, per via della madre Kunti, fratellastro dei Panduidi. Ma a nessuno Kunti aveva rivelato il segreto della sua nascita, e quindi egli era creduto da tutti figlio dell’auriga Adhiratha. Tale era l’eroe che entrò, alla fine del torneo, in quell’adunanza di eroi.
Egli forte e coraggioso qual fortissimo leone, toro o elefante, risplendente come il sole, amabile come la luna, ardente come fiamma: alto come aureo palmizio, robusto come leone, d’infinite virtù dotato era quell’illustre figlio del Sole. L’eroe, guardando d’ogni intorno nell’arena, s’inchinò leggermente ai due precettori Drona e Krpa. E tutta la gente ivi adunata se ne stava senza batter ciglio piena di curiosità e turbamento, pensando:
“Chi sarà costui?” E quegli, il figlio del Sole, con voce profonda come brontolio di nube, disse al figlio di Indra, al suo ignoto fratello: “Oh figlio di Pritha, tutto ciò che tu hai fatto per mostrare il tuo valore, io pure farò alla presenza di tutti: non essere tanto orgoglioso!” Non aveva ancor finito le sue parole, che tutti da ogni parte
si alzarono, come spinti da un meccanismo, e giubilo penetrò nell’animo di Duryodhana, ma vergogna e rabbia invasero il cuore di Arjuna. Allora, dopo che Drona ebbe dato il segnale, Karna, l’amico della lotta, compi con le armi gli stessi prodigi che aveva prima compiuto Arjuna. Quindi Duryodhana insieme ai fratelli lieto abbracciando Karna, così gli disse: “Sii il benvenuto, o eroe! La fortuna qui ti condusse! Disponi a tuo piacere e di me e del regno dei Kuruidi!”
Disse Karna: “Tutto ho ottenuto, io penso, con la tua amicizia; ma io desidero, o Sire, di sfidare Arjuna a singolar tenzone.” Duryodhana rispose: “Goditi la vita, agli amici sii benefico: ai nemici tutti poni sul collo il piede, o vittorioso!”
Allora Arjuna, stimandosi offeso, disse a Karna che si era fermato, simile a monte, in mezzo ai fratelli Kuruidi: “Oh Karna, ucciso da me te ne andrai, dove va chi accorre senza essere invitato e chi discorre senza esserne pregato!”
Karna rispose: Quest’arena è aperta a tutti: forse che i re valorosi hanno bisogno del tuo ordine? Qui è legge la forza! A che i rimbrotti, arma dei deboli? Parla coi dardi, o Bharata, fino a che coi dardi io non ti’ abbia trafitto il capo, dinanzi al tuo maestro!”
Allora, col permesso di Drona, Arjuna, il vittorioso guerriero, abbracciati in fretta i fratelli, si avanzò per combattere: mentre Karna, scambiato un amplesso con Duryodhana e coi fratelli di lui, gli si fermò di contro brandendo l’arco e le frecce.
Anche nell’ assemblea gli animi erano divisi: e chi desiderava vittorioso Arjuna il Panduide, chi l’eroico Karna. Ma angosciante e tremante era il cuore di Kunti vedendo i suoi due figli, ignoti l’uno all’altro, l’uno di fronte all’altro per un’aspra tenzone. Nulla però osava essa dire.
Mentre quei due alzavano gli archi potenti, il precettore Kripa, esperto delle regole dei duelli e conoscitore del diritto, così parlò: “Questi è il figlio minore di Pritha, prole di Pandu, progenie di Kuru: ei teco combatterà in singolar tenzone. Ma tu pure, o valoroso, proclama il nome della madre tua, del padre, della famiglia, di quale stirpe di principi sei tu ornamento? Saputo ciò, questi teco si misurerà, o no; poiché non combattono i principi con gente di vile lignaggio.”
A tali parole il volto di Karna, piegato per rossore, apparve come loto che si curvi sotto il peso della pioggia. Ma Duryodhana disse: “Oh precettore, i sacri testi stabiliscono che triplice è la classe dei re, è re’ chi nasce di stirpe regale, è re chi è valoroso, è re chi guida un esercito. Ma se Arjuna ricusa di combattere con uno che non sia re; ebbene, io dono a costui la signoria di Anga, e di Anga lo consacro sovrano.
Ed in quel momento stesso a Karna, al forte guerriero, seduto sopra un aureo seggio, fu conferita la dignità
regale dai brammani esperti nei mantra: e fu consacrato re di Anga mediante i simboli del grano, dei fiori, dei vasi e dell’oro, mentre l’ombrello gli si stendeva sul capo, i ventagli di code di yak sventolavano e risuonavano le grida di evviva.
Così parlò allora quel fortissimo al Kuruide: “Qual cosa io posso darti che stia a paro di questo dono di un regno dimmelo, o tigre dei re, ed io lo farò. L’amicizia tua ardentemente io desidero” gli rispose Duryodhana.
Acconsenti Karna: e con grande gioia ed allegrezza ambedue si abbracciarono.
In quel mentre entrò nell’arena l’auriga Adhiratha, col mantello penzoloni, tremante di stanchezza, sudato, appoggiato al bastone. Scorgendolo, Karna lasciò l’arco e mosso da reverenza filiale piegò dinanzi a lui il capo, umido ancora dell’acqua consacrata. E l’auriga, coprendosi frettolosamente i piedi col lembo del mantello, abbracciando commosso Karna ormai felice, lo chiamò teneramente “figlio” ed asperse di nuovo con le sue lacrime quel capo già asperso dall’acqua consacrata per la cerimonia regale.
Allora il Panduide Bhima guardandolo gli disse con sorriso beffardo: “Tu non meriti di essere ucciso in combattimento dal figlio di Pritha, o figlio di un cocchiere! Prendi tosto la frusta, arma conveniente alla tua schiatta! Del dominio di Anga tu non sei degno di godere, o vilissimo, come non è degno un cane di godere della sacra offerta posta presso l’ara!” A queste parole le labbra di Karna tremarono un poco, e con un sospiro guardò in alto, verso il Sole.
Così terminò il torneo, che nell’anima di Karna lasciò rancore inestinguibile contro i Panduidi e odio profondo contro Arjuna. Quest’odio era diviso da Duryodhana, del quale Karna divenne così l’alleato naturale. E il malanimo di Duryodhana e dei suoi fratelli contro i loro cugini crebbe tanto da costringere il vecchio re Dhrtarastra a mandare questi ultimi lontano dalla sua capitale a Varanavata.
Ma anche qui li perseguitava l’odio di Duryodhana il quale fece per loro costruire da un fidato satellite una casa tutta di legno, spalmata di materie infiammabili, per incendiarla durante la notte e farli così tutti perire. Ma del truce complotto furono avvertiti i Panduidi dal saggio Vidura; e lasciando nella casa una donna d’infima casta con i suoi cinque figli, fuggirono essi per una galleria sotterranea, e ripararono nei boschi. Arse nel frattempo la dimora di legno, e le ossa della Nisadi e dei suoi cinque figli furono credute le ossa di Kunti e dei Panduidi: e Duryodbana gioì nel pensiero di essersi sbarazzato dagli odiati rivali.
Molti disagi e stenti soffrivano intanto i Panduidi nelle aspre selve, molti pericoli superavano grazie alla forza immane di Bhima ed al valore di Arjuna. Hidimba e Vaka, due giganti antropofagi, terrore dei viandanti e dei paesi vicini (specialmente il secondo cui era dovuta quotidianamente una vittima umana) furono uccisi l’un dopo l’altro da Bhima, il quale sposò la sorella di uno di essi, la bella Hidimba e ne ebbe un figlio, Ghatotkaca, che poi divenne anch’esso un valoroso guerriero. Arjuna vinse in battaglia il Gandharva Citraratha, e se lo fece amico. Da lui seppero i Panduidi che Drupada, re dei Pancala, aveva bandito uno svayamvara, una riunione cioè di principi e di guerrieri fra i quali la figlia sua, la bellissima Draupadi, dovesse scegliersi uno sposo.
Travestiti da brammani, giunsero i cinque fratelli alla corte di Drupada e si mescolarono ai numerosi e potenti principi ivi convenuti. Dhritadyumna, fratello della sposa, proclamò solennemente che obi avesse saputo tender l’arco grandissimo e pesantissimo del re e mandare con quello cinque frecce in un alto e mobile bersaglio, avrebbe riportato in premio la mano della principessa. Un dopo l’altro tentarono la prova quei valorosi guerrieri, ma invano: nemmeno l’arco riuscivano a piegare e cadevano in ginocchio sull’arena fra i motteggi degli spettatori. Solo Karna, l’impareggiabile saettatore, brandì l’arco e lo armò di cinque frecce: ma subito lo depose, umiliato, che l’altera voce di Draupadi aveva pronunziato queste parole: “Un auriga io non voglio per sposo.” E invano si provarono Shishupala, il re dei Cedi; invano Jarasandha di Magadha; invano finalmente il re dei Madra, Shalya, pur tanto esperto di armi.
Quando i re ebbero rinunziato alla prova dell’arco e delle frecce, di mezzo ai brammani si alzo Arjuna, animoso. Gridarono gli illustri sacerdoti, agitando le loro pellicce, quando videro avanzarsi il figlio di Pritha radiante come arcobaleno. Sfiduciati alcuni, altri invece giubilanti: alcuni dotti ed esperti così discorrevano fra loro: “Come è possibile, o brammani, che un debole ed inesperto novizio possa armare l’arco cui non riuscirono a piegare guerrieri forti, valenti nei Veda, famosi nel mondo, come Karna e Shalya? Scherniti saranno i brammani dai principi se tale opera, impresa con leggerezza, non venga compiuta. Se costui fu spinto a tentar la prova dell’arco da presunzione, da cupidigia o da leggerezza, lo si trattenga: ch’ei oltre non vada!”
Ma altri brammani dicevano: “I re non avranno a deriderci, né di leggerezza saremo tacciati, né in odio verremo alla gente. Da questo maestoso giovane, simile a proboscide di superbo elefante, pingue le spalle, le braccia e le gambe, stabile e fermo come il Himalaya, dall’incedere di leone, forte come elefante inebriato, dal suo energico ardimento è da aspettarsi il successo in questa impresa. Forte è costui e coraggioso: che altrimenti non si sarebbe di per sé mosso. Né v’è cosa al mondo che un brammano non riesca a compiere, fra gli dèi, fra i demoni e fra gli uomini. Si nutrano pure di semplice acqua, di pura aria, di sole frutta, saldi nei loro voti: benché macilenti e deboli, sono fortissimi i brammani, ché incomparabile forza vien loro dall’ascesi.
Così tutti i guerrieri furono debellati dal brammano Rsma, figlio di Jamadagni; così per la sua sacra potenza il brammano Agastya tutto inghiotti il mare senza fondo. Non parrà dunque a voi tutti che questo giovane brammano possa alzare ed armare l’arco?” “Si, sì !” risposero quegli eccelsi: e mentre così conversavano essi, Arjuna ristette accanto all’arco, fermo come un monte: poi girandovi riverentemente attorno, invocò a capo chino Shiva benigno e Krishna divino: indi afferrò l’arco; e quello, che ad onta ad ogni sforzo non riusciti ad armare principi e arcieri illustri come Rukma, Sunitha, Vakra, il figlio di Radha, Duryodhana, Shalya in un batter d’occhio fu piegato e armato di cinque frecce da Arjuna, dal superbo e forte figlio di Indra; e le frecce colpirono nel bersaglio, che trapassato piombò a terra: e l’aria ne rimbombò ed alto clamore si levò dall’assemblea. Piovvero fiori divini sul capo del figlio di Pritha, sul vittorioso: a migliaia agitarono i brammani i loro mantelli, mentre voci di sconforto si udivano fra i principi abbattuti.
Draupadi, la bella e nobile donzella, seguì tosto lietamente lo sposo che col valore del braccio l’aveva conquistata: ma grande tumulto si levò fra i re e i principi che tali nozze avrebbero volato impedire. Arjuna era infatti creduto da loro un brammano: e la figlia di un re ad altri che a un guerriero non poteva andare sposa, secondo le leggi della casta. E il tumulto degenerò in lotta e contro i Panduidi si scagliarono gli esacerbati guerrieri; ma Krishna, al cui sguardo divino nulla restava ascoso, riconoscendo nei cinque brammani i cinque figli di Pandu, placò i loro nemici e fece partire quelli, incolumi, insieme a Draupadi, la sposa di Arjuna. Si avviarono essi alla loro modesta dimora; e prima di varcarne la soglia, gridarono alla madre, come solavano ogni giorno tornando dall’elemosinare: “Anche oggi abbiamo ricevuto un dono! Kunti, senza uscire loro incontro e credendo si trattasse della consueta elemosina di cibo, rispose: “Godetevela tutti insieme!” Ma quando vide entrare i cinque fratelli insieme a Draupadi e comprese che quello era il dono cui essi alludevano, rimase atterrita. Arjuna per il primo, benché avesse egli conquistata Draupadi. Col suo valore, non volle macchiarsi del peccato, tenuto gravissimo, di disobbedienza alla parola materna, e così fu stabilito che Draupadi sarebbe stata moglie comune ai cinque Panduidi. Quando il re Drupada seppe che sotto il travestimento di brammani si celavano i cinque eroi, figli di Pandu, altamente gioì: ma non altrettanto lieto fu nell’ apprendere che di tutti e cinque gli eroi la figlia sua doveva essere consorte. Poiché dinanzi a Drupada venne Yudhisthira con i suoi fratelli, con Draupadi e con la madre Kunti e così parlò: “Oh sire, di tutti noi Draupadi sarà la consorte: poiché così fu ordinato dalla madre nostra. Io non sono ancora ammogliato, e Bhima nemmeno; dal figlio di Pritha fu conquistata questa gemma preziosa della tua figliuola. Or noi abbiamo un patto, di dividere fra noi ogni cosa preziosa: né a quel patto vogliamo mancare, o eccelso sire. Krishna sarà
la legittima consorte di tutti noi: presso al sacro fuoco prenda essa successivamente la mano di ciascuno di noi”.
Drupada rispose: “O progenie di Kuru, è stabilito che un uomo solo abbia più mogli: ma non si è mai sentito dire che una moglie debba avere più mariti; o figlio di Kunti, tu giusto e pio, non devi fare cosa ingiusta e contraria alla consuetudine ed al Veda; come puoi tu pensare a tal cosa?”
Yudhisthira disse: “Cosa sottile è la giustizia, o gran re, noi non conosciamo la sua via: seguiamo il sentiero che hanno seguito i maggiori. E non ci narrano i Purana che la virtuosissima Jatila, figlia di Gotama, ebbe tutti
insieme sette mariti, sette rishi? E Varksi, figlia di un’asceta, non fu moglie di dieci piissimi fratelli chiamati tutti Pracetas? È detto, o giustissimo re, che la parola di un superiore è cosa sacra: ma di tutti, i superiori il più eccelso è la madre. Ed essa ci ha ordinato di dividerla fra noi, a mo’ di dono ricevuto: quindi io penso che ci sia nostro primo dovere”.
E Kunti disse: “È veramente così come ha detto il probo Yudhisthira, la menzogna io temo soprattutto; e come altrimenti sarebbe verace la mia parola?”
Pure, il re Drupada esitava ancora; quando sopraggiunse a persuaderlo il saggio Vyasa il quale, presolo in disparte, gli espose lungamente e minutamente che i cinque Panduidi erano altrettante incarnazioni del dio
Indra e precisamente di quattro Indra anteriori al presente (parvendra) e di Shakra stesso. Draupadi poi era
un’incarnazione della dea Lakshmi; in un’esistenza anteriore essa, nata come figlia di un asceta, supplicò il dio Shiva che le concedesse uno sposo: e avendo pronunziato per cinque volte la frase “Concedimi uno sposo!” (dehi patim), rinacque nella esistenza successiva come figlia del re Drupada, e ottenne i cinque Panduidi per mariti.
Così persuaso da Vyasa, acconsenti Drupada alle nozze della figlia; e compiutesi queste secondo i riti, la bella Draupadi nella sua adorna veste, giunte le mani, s’inchinò dinanzi a Kunti.
Ed alla nuora adorna di fausti ornamenti, alla bella e costumata Draupadi, rivolse Kunti affettuosamente questa benedizione: “Quale è Shaci per Indra, quale è Svata per Vibhavasu, e quale Rohini per Soma e Damayanti per Nala, quale Bhadra per Vaishravana e Arundhati per Vasistha, quale Laksmi è per Vishnu, sii tu per i tuoi mariti! Madre di longeva ed eroica prole, lieta di molte gioie, felice, ricca, pia e fedele consorte nell’accogliere ed onorare secondo le regole gli ospiti, gli asceti, i vecchi, i bambini, i maestri scorrano a te sempre gli anni! E nel regno e nella capitale dei Kurujangala t’incoroni il principe Yudhisthira virtuosa regina! E quei ricchi tesori che nasconde la Terra, tu, ricca di virtù, acquistali e vivi felice per cento autunni! E come io oggi gioisco vedendoti sposa nella serica veste, così possa io di nuovo gioire vedendoti virtuosa madre di cari figliuoli”.
La notizia che i Panduidi, scampati all’incendio in cui Duryodhana aveva tentato farli perire, avevano acquistato nuova potenza per il loro matrimonio con Draupadi e per l’alleanza col re Drupada produsse gran
de agitazione alla corte dei loro invidiosi cugini. Karna avrebbe voluto si muovesse guerra a Drupada: ma prevalsero i pacifici consigli di Bhisma e Drona; e Vidura fu inviato come messaggero ai Panduidi, per invitarli a tornare in patria. Il regno fu diviso fra i Kuruidi, che conservarono la loro capitale Hastinapura, ei Panduidi che si stabilirono a Indraprastha (presso la moderna Delhi), sulle rive della Yamuna: il maggiore dei fratelli, il saggio Yudhisthira, ne fu consacrato re.
Era convenuto, fra i cinque fratelli, che mentre Draupadi stava con uno di loro, gli altri non dovessero entrare nella dimora di lei. Ora un giorno Arjuna, abbisognando di un’arme per inseguire alcuni ladroni contro i quali lo aveva supplicato di aiuto un brammano, entrò nella stanza in cui stavano Draupadi ed Yudhishthira. E quantunque il fratello gli perdonasse subito la trasgressione, dovuta a sentimento di religiosa pietà, pure. Arjuna volle farne ammenda, ritirandosi per dodici anni in esilio nelle selve. Lungo e vario è il racconto delle avventure che egli quivi sostenne: e più di una bella lo consolò del lungo esilio, dalla serpentessa Ulupi alla principessa Citrangada, che gli partorì il figlio Babhruvabana, ed a Subhadra, la sorella del divino Krishna, dalla quale ebbe il figlio Abhimanyu.
L’impresa più grandiosa compiuta in questo tempo dall’eroico Arjuna, assistito da Krishna, consiste nel l’aiuto dato ad Agni, il Fuoco, perché consumasse la foresta Khandava. Da lunghi anni il Fuoco era emaciato, pallido, indebolito: bramoso di un pasto immane più volte aveva tentato di distruggere, con tutti gli animali che conteneva, l’ampia selva del Khandava dove il re dei serpenti, Taksaka, soleva soggiornare.
Ma Indra, il dio del firmamento, con poderosi rovesci di acqua aveva sempre spento l’incendio. Questa volta
però il Fuoco chiese ed ottenne l’aiuto di Arjuna e di Krishna: montati su due carri più rapidi del vento, armati l’uno del divino arco Gandiva (l’arco che Soma dette a Varuna, Varuna al Fuoco e il Fuoco ad Arjuna) e l’altro del tremendo disco (Cakra), respingevano essi nel l’ardente voragine tutte le creature viventi, che tentavano la fuga, assicurando così ad Agni affamato il gigantesco pasto. E contro il diluvio di pioggia scagliato da Indra vinse il diluvio di dardi scagliato da Arjuna: e contro l’assalto di tutti gli dèi l’invinci bile disco di Krishna. Così tutta quanta la foresta Khandava consumò Agni divoratore, ma Taksaka, scampato prima nel Kuruksetra, e il figlio suo Ashvasena, si salvarono. E il Fuoco, soddisfatto di un inno cantato in sua lode da quattro implumi uccellini, figli del santo Mandapala, li risparmio, mentre Arjuna salvò dall’incendio il grande artefice Maya, che da lui aveva implorato pietà.

Articolo precedenteMahabharata – Shaba Parva
Articolo successivoLa morte di Pandu
ARTICOLI CORRELATI

Ultime entrate

Il parere di Drona 202

Il parere di Bishma 201

Il parere di Karna 200

Il parere di Duryodhana 199

Commenti