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La storia di Shakuntala

La storia di Shakuntala

Episodi scelti

Storie scelte dalla traduzione di Michele Kerbaker (1835-1914), curata da Carlo Formichi e da Vittore Pisani, nell’edizione in ottava rima del 1923. In una nuova edizione del 1954 alcune storie sono riportate in prosa. Si tratta di una traduzione priva di abbellimenti letterari e di allargamenti teologici, una traduzione letterale a discapito della leggibilità.

Leggi: Mahabharata – Adi Parva – Sambhava Parva – Sezioni 68-74

Fra le leggende riferentisi agli antenati dei principali eroi del poema, si trova questa di Shakuntala, madre di Bharata eponimo della famiglia dei Bharata. Oltre che per la sua grazia la scegliamo perché essa sta a base, sia pure con notevoli mutamenti, dell’omonimo celebre dramma di Kalidasa.

Le glorie di Dushanta

Vaishampayana disse: “Fondatore della stirpe dei Kuru fu il forte Dushyanta protettore della Terra dai quattro confini, o tu ottimo fra i Bharata. La quarta parte del mondo reggeva per intiero quel signore degli uomini, e le regioni reggeva, egli il vincitore nelle battaglie distruttore dei nemici, che si circondano del mare, tutte sino alle selve ricettacolo dei barbari (mleccha), sino ai confini segnati dall’oceano ricco di gemme, popolate dalle genti che si distinguono nelle quattro caste.
Né confusione di caste vi era, né autori di azioni violente, né malvagio alcuno, finché governò quel sovrano. Gli uomini allora, o tigre fra gli uomini, si dedicavano al piacere in quanto si accordasse colla virtù e insieme alla virtù e all’utile, mentre colui era signore delle genti. Non vi era timore da parte di ladri, né timore anche piccolo di carestia, né timore di malattia, mentre colui era signore delle genti. Ai propri uffici si acquetavano le caste, senza affettare desideri impossibili eccedenti il destino segnato dalle opere di vite precedenti, ed erano libere da ogni timore, in quanto a quel difensore della Terra esse facevano ricorso. A tempo debito mandava le piogge Parjanya e feconde erano le biade, e di ogni gemma era ricca allora la opulenta Terra. Ed egli, straordinariamente vigoroso, forte come il fulmine, giovane, sarebbe stato capace di sollevare con le sue braccia il monte Mandara con le sue selve e le sue caverne; nel tirar d’arco, nel combattere con la clava, nel vibrare la spada, nel cavalcare elefanti o cavalli egli era abilissimo. Nella forza egli era pari a Vishnu, nello splendore simile al Sole, nella imperturbabilità pari all’oceano, nella pazienza alla Terra.
Rispettato quel re della terra, possessore di città e regni, dimorava nel suo popolo, famoso per le sue virtuose qualità.”

Dushanta va a caccia

Vaishampayana disse: “Una volta quell’eroe dalle lunghe braccia, conduttore di grandi eserciti, si recò nella profonda selva, circondato da centinaia di cavalli ed elefanti; egli partiva circondato da centinaia di valorosi guerrieri che recavano spade e lance, che reggevano nelle mani clave e mazze, dardi e giavellotti. E avanzando il sire, si sollevava un fragore confuso per i ruggiti dei guerrieri, gli squilli delle trombe e il rullar dei tamburi, per il fracasso dei carri e il barrire degli elefanti, per i gridi di guerra e il cozzo delle armi che si mescolavano ai nitriti. Stando sulle sommità dei palchi, le donne ammiravano quell’eroe che col sommo splendore regale recava gloria a sé stesso: e pensavano, le turbe femminili, vedendo lì con l’arma nella mano quell’uccisore dei nemici simile ad Indra e capace di costituire un ostacolo ai più forti elefanti: “Ecco là quella tigre in volto umano che in battaglia compie mirabili gesta di valore e nella forza delle cui braccia scontrandosi cessano di esistere le schiere dei nemici.” Così dicendo con passione le donne celebravano quel signore degli uomini, e
gli versavano sul capo una pioggia di fiori; Ed egli, lodato a ogni passo dai brahmana che stavano tutt’attorno, partì con sommo gaudio per il bosco in cerca di belve da uccidere. Per lungo tratto lo accompagnarono i cittadini suoi sudditi, e quindi se ne tornarono, congedati dal re.

La caccia

Ed ecco, il sovrano col suo carro che pareva volare come Suparna riempiva di fragore la terra e il cielo. Avanzando scorse, il valente, un bosco pieno di alberi di ogni sorta, simile a Nandana, ineguale, disseminato di colline e di rocce, senz’acqua, deserto di uomini, estendentesi per lungo tratto, frequentato da belve terribili in frotta e da altri esseri abitatori di selve. Quell’uomo tigre alla testa dei suoi servi e dell’esercito sconvolse il bosco, Dushyanta, uccidendovi belve di ogni sorta. Abbatté ivi Dushyanta schiere di tigri che giungevano a tiro del suo arco e le squarciò colle frecce; con le frecce quel toro fra gli uomini ne ferì alcune che erano lontane, e con la spada ne fece a pezzi altre che gli si spingevano vicino. Alcune antilopi uccise col giavellotto, egli il più abile fra gli armati di giavellotto: ed esperto com’era dell’arte di far roteare la clava, andava attorno incommensurabile nel valore.
Con lance e spade, con clave e mazze e missili egli si aggirava uccidendo quadrupedi e uccelli selvaggi: e le grandi belve abbandonarono la immensa selva sconvolta dal valoroso re e dai suoi guerrieri amanti della pugna. Ivi, decimate le loro schiere e uccisi i loro capi, le mandrie di belve qua e là innalzavano grida piene di inquietudine; e recatesi al fiume prosciugato, disperando ormai di trovar acqua, col cuore abbattuto dalla lunga lotta, cadevano svenute. Alcune bestie, soverchiate dalla fame e dalla sete e cadute al suolo per la stanchezza, venivano mangiate lì da quegli uomini simili a tigri desiderosi di cibo; altre, gli abitanti della foresta, messele sul fuoco e fattele arrostire, ne divoravano le carni dopo averle debitamente fatte a pezzi. E lì alcuni vigorosi elefanti, feriti dalle armi, contraendo la proboscide spaventati si precipitavano in folle corsa; ed emettendo escrementi e urina, scorrendo di sangue in abbondanza, i selvaggi elefanti schiacciarono molti uomini. Così il bosco coperto di densa nube dalle saette appariva sparso di bufali, pieno di grandi belve, uccise dal re.”

Descrizione della foresta

Vaishampayana disse: “Indi, dopo aver ucciso migliaia di belve, il re dall’ampio carro passò ad un altro bosco, sempre in cerca di belve. E soletto egli fortissimo, tormentato dalla fame e dalla sete, raggiunto il confine del bosco, si trovò in un deserto. Oltrepassato questo, il re giunse ad un’altra vasta selva in cui si trovava un eccelso eremo: essa dava conforto all’animo, era assai amabile all’aspetto, e vi soffiavano freschi venti; alberi
fioriti vi erano sparsi e dilettosa erba, ampia era essa e risuonava delle dolci voci degli uccelli; vi si addensavano alberi dagli immensi tronchi e dalle ombre deliziose, le api brulica vano sul suolo e una somma bellezza la distingueva. Non vi era in quel bosco un albero senza fiori, o senza frutta, o irto di spine, o che non fosse coperto di api. In quel meraviglioso dilettevole bosco fatto riecheggiare dagli uccelli, ornato a profusione dai fiori, doviziosamente erboso e coi suoi alberi fioriti ad ogni stagione, entrò dunque il grande arciere. Gli alberi coperti di fiori e agitati dal vento facevano piovere continuamente una variopinta pioggia di fiori, e recando variopinti vestiti di fiori, alti sino a toccare il cielo, splendevano risuonando di uccelli dai dolci concerti. Fra i loro rami, ricurvi sotto il peso dei fiori, levavano un soave canto gli uccelli, cui tenevano bordone le api. E lì, allo scorgere quei luoghi adorni di masse di fiori, sparsi di chioschi fatti con liane e dilettasi all’animo, molto si rallegrò allora il valoroso. Il bosco si pompeggiava di alberi fioriti i cui rami si intrecciavano fra loro e che somigliavano alla grande bandiera di Indra. Deliziosamente fresco, profumato, trasportando il polline dei fiori, il vento si aggirava per la selva e si avvicinava agli alberi come per giocare con loro.

L’eremo chiamato Chaitraratha

Il re, dunque, vide il bosco cosiffatto, simile a un vessillo sollevato, dilettoso, e in cui si innalzavano le rive di un fiume. E scorrendo con gli occhi la selva, in cui assai lieti si mostravano gli uccelli, scorse un bello e confortevole eremo, denso di alberi d’ogni sorta, con i fuochi sacrificali ardenti, frequentato da Yati e Valakhilya e da schiere di asceti, con le sue are molte, tappezzato di fiori, con grandi e numerosi stagni, assai splendido. E molto si rallegrò egli, o re, quando vide da presso la fiumana Malini pura e dalle dilettose acque, frequentata da fitte schiere di uccelli, allietante la selva dei penitenti, ed ivi animali feroci resi miti. A quell’eremo, dunque, che aveva l’aspetto del mondo degli dèi ed era bellissimo in ogni parte, si diresse il glorioso guidatore di carri. Egli considerò la fiumana che lambiva l’eremo con le sue acque salutari e si stendeva quasi vivificatrice d’ogni sorta di esseri animati: i suoi banchi di sabbia erano affollati da anitre rossicce ed essa trasportava fiori e spume; sulle sue sponde dimoravano i Kinnara a frotte, e vi si addensavano scimmie ed orsi; risuonava accanto ad essa la recitazione di testi religiosi, la adornavano i banchi di sabbia, la frequentavano elefanti furiosi, tigri e regali serpenti.
Com’ebbe considerato il fiume che lambiva l’eremo, e l’eremo stesso, il re volse l’animo ad entrare in questo; e si inoltrò nella selva che si ornava della Malini con le sue isole e le sue sponde dilettose sembrando la sede di Nara e Narayana abbellita dal Gange, e riecheggiava delle grida di pavoni ebbri.
Quando fu giunto presso quell’eremo che aveva nome Caitraratha, il signore degli uomini, onde poter visitare il grande veggente Kanva dotato di immense virtù, incommensurabile nel potere, e che aveva accumulato tesori di ascesi, arrestò sulla sua soglia l’esercito costituito di carri, cavalli e fanti, e così parlò: “Voglio andare a far visita al penitente senza passioni e ricco di ascesi, al figlio di Kashyapa: restate qui finché io non ritorni.”
Com’ebbe raggiunto quel bosco chiamato Nandana, il signore degli uomini si dimenticò della fame e della sete, e provò un’immensa gioia; e accompagnato dai ministri, toltesi di dosso le insegne regali, il sovrano insieme col suo cappellano di corte entrò nell’eremo, desideroso di vedere quel veggente accumulatore di meriti ascetici, immortale. E mentre contemplava l’eremo somigliante al mondo di Brahma risuonante di inni sacri come del ronzio delle api, affollato da turbe di brahmana, udì, egli la tigre fra gli uomini, i versi recitati dai primari sacrificatori, facendone risaltare le divisioni ritmiche, nel corso di lunghe funzioni. L’eremo si adornava di conoscitori della scienza sacrificale con le sue appendici e di recitatori del testo vedico secondo le sue divisioni in Krama, uomini di immenso potere spirituale e dall’animo ben domo. I Maestri dell’Atharvaveda, celebri per la loro scienza dei sacri versi e delle sacre funzioni, recitavano il loro testo secondo le partizioni ritmiche. Altri brahmana, parlando secondo le regole dell’arte oratoria, facevano risuonare quell’eremo sublime che risplendeva come il mondo di Brahma. Si udivano d’ogni dove le voci di conoscitori del sacrificio e dei sacramenti, di esperti nella divisione dei versi, di maestri della varia composizione e combinazione delle parole, di esperti delle diverse funzioni, di quelli che conoscevano a fondo la scienza della liberazione dal giro delle esistenze, di coloro che avevano raggiunto la suprema perfezione del concentrare senza distrazioni il proprio pensiero nel meditare, dei primi fra i materialisti. Qua e là l’uccisore dei nemici scorgeva i sommi fra i brahmana, domi, osservatori di voti severi, tutti dediti alla preghiera e al sacrificio, perfetti. Vedendo seggi diversi ornati di fiori, preparati con ogni cura, si stupiva il signore della Terra; e quando considerò l’ornamento curato dai brahmana dei templi degli dèi, quell’ottimo fra i re pensò di stare nel mondo di Brahma: né si saziava di contemplare il mirabile eremo adorno, protetto dall’ascesi del figlio di Kashyapa e abitato da folle di penitenti ricchi di ascesi.
E così l’uccisore di nemici, in compagnia dei ministri e del cappellano, entrò nella egregia, deliziosa e fausta dimora del figlio di Kashyapa, che era circondata tutt’intorno da veggenti addetti al compimento di straordinari voti e ricchi di ascesi.

Dushyanta incontra Shakuntala

Vaishampayana disse: “Indi avanzando solo, l’eroe dalle lunghe braccia, lasciati addietro i ministri, non trovò nell’eremo il veggente dagli austeri voti: e non trovando quel veggente e scorgendo vuoto l’eremo gridò ad alta voce: “Chi c’è?”, facendo riecheggiare il bosco. Udito il suo richiamo, una fanciulla bella come Shri venne fuori dall’eremo, vestita a modo di penitente. Ella, che aveva gli occhi neri, visto il re Dushyanta, subito gli diede il benvenuto e gli porse il suo saluto. E avendolo onorato di seggio, di acqua per i piedi e dell’offerta usuale, gli chiese, o re, della sua salute e del suo benessere, E così dopo avergli reso onore e avendolo interrogato della sua salute, gli disse sorridendo: “Che cosa desideri ti si faccia? Ché sarà fatto.”
A quella fanciulla dalla soave loquela rispose il re, vedendola irreprensibile in ogni sua parte, egli che ne era stato onorato secondo la norma: “Io son venuto per rendere omaggio al venerando veggente Kanva: dov’è egli andato il venerando, o graziosa? Dimmi ciò, o bella.”
Shakuntala disse: “Mio padre, il venerando, è uscito dall’eremo per raccogliere frutta; attendi un momento e lo vedrai qui di ritorno.”

La curiosità di Dushyanta

Vaishampayana disse: “In assenza del veggente, e così interpellato da lei, il re, scorgendola di ottimo aspetto, piena di grazia e dotata di un piacevole sorriso, splendente per il corpo, per l’ascesi e per il dominio di se stessa, fiorente di bellezza e gioventù, le rispose, egli signore della Terra: “Chi sei, e di chi sei figlia, o fanciulla dai bei fianchi, e a che fine sei venuta nel bosco? Insignita di tale bellezza e virtù donde provieni tu, o bella?
Solo a vederti, o fausta, mi hai rapito il cuore; desidero sapere di te: dimmi quanto ti ho chiesto, o bella”. Così interrogata allora la fanciulla dal re lì nell’eremo rispose ridendo con queste parole che dolci avevano le sillabe: “Del venerando Kanva, o Dushyanta, io son considerata la figlia, del penitente ben fisso nelle sue risoluzioni, conoscitore della legge, glorioso.”
Dushyanta disse: “Quell’eccellente, venerando, onorato per tutto il mondo, ha fatto voto di castità: potrà semmai il dio Dharma allontanarsi dal retto cammino, ma non già egli, osservatore degli austeri voti. Come mai tu, o graziosa, puoi essere sua figlia? Grande è su questo punto il mio dubbio, e tu vedi di scioglierlo.”
Shakuntala disse: “Come ne è giunta la notizia a me, e come ciò avvenne un tempo, odi, o re, secondo verità, in che modo io sia figlia dell’asceta.

Il compito di Menaka

Un Veggente venuto qui chiese della mia nascita, e come a lui rispose il venerando voglia tu udire, o principe. “Un tempo Vishvamitra, compiendo una grande ascesi, angustiò molto Indra, il re degli dèi, il quale pensava: “Costui col vigore destato in lui dall’ascesi, potrebbe allontanarmi dalla brillante posizione”; onde impaurito il distruttore-di-città così parlò a Menaka: “Tu, o Menaka, per le tue qualità divine ti distingui fra le Apsara: agisci per il mio bene, o vezzosa, ed odi quanto ti dico. Codesto Vishvamitra, splendido come il Sole e grande penitente, compiendo una terribile ascesi mi fa tremare l’animo. O Menaka, questo è un compito degno di te. Vishvamitra, o tu dalla bella cintura, col suo animo risoluto, inattaccabile, persiste nella sua terribile penitenza: perché egli non mi rimuova dalla mia posizione, tu va e adescalo, suscita un impedimento alla sua ascesi: fammi questo supremo favore. Con la bellezza, con la gioventù, con la dolcezza, coi tuoi atti, col sorriso, con le parole tu innamoralo, o donna di bell’aspetto, e devialo dall’ascesi”.
Menaka disse: “Grande è il potere di quel venerando e sempre egli si applica alla sua formidabile ascesi, irascibile è egli: anche tu lo conosci. Come potrei non temere di quel magnanimo del quale persino tu temi il vigore, l’ascesi e l’ira? Egli che privò il venerando Vashishtha dei cari figli, egli che nato dapprima nella casta dei guerrieri divenne a forza brahmano, egli che per le purificazioni produsse il fiume inaccessibile a causa delle abbondanti acque che sommamente sacro nel mondo, gli uomini chiamano Kaushiki e in questo, azzurro scuro e inaccessibile, il virtuoso veggente regale Matanga, divenuto cacciatore, portò un tempo la moglie di quel magnanimo; e passata la carestia, tornando all’eremo, l’asceta possente dette il nome di Para al fiume, e ivi lieto egli stesso fece un sacrificio per Matanga; e tu, o signore degli dèi, andasti a bere il soma per timore di lui; egli che oltre le schiere delle costellazioni, adirato per la loro magnificenza, creò le costellazioni di cui la prima è Shravana; egli che ha compiuto tutti questi fatti, di lui molto io pavento: affinché egli non abbia adirato a bruciarmi, dammi sicurezza, o signore. Col suo vigore egli può bruciare i mondi e far tremare la terra, rovesciare il grande monte Meru e rapidamente farlo ruzzolare. E come una giovane donna mia pari potrà stuzzicare un tale uomo che ha accumulato ascesi ed è simile a fuoco ardente, uno che ha soggiogato i sensi? Come una mia pari potrà toccare, tu ottimo fra i numi, lui fulgente che ha come bocca il dio Agni, come pupille degli occhi il Sole e la Luna, come lingua il dio Kala? Come una mia pari non temerà di lui del cui potere temono Yama e Soma e i grandi veggenti, e tutti i Sadhya e tutti i Valakhilya? E così comandata da te, come potrò io non appressarmi al veggente, o signore degli dèi? Ma tu devi escogitare, o re dei numi, un mezzo in modo che io possa sicura andare in tuo pro. Il dio del vento sollevi il mio vestito mentre io danzo e per tuo favore, o dio, sia Manmatha in questa impresa il mio alleato; dalla selva il vento profumato spiri in quel momento in cui io starò allettando il veggente. E poiché egli, avendo assentito, dette le sue disposizioni, partì essa per l’eremo del figlio di Kushika.”

Menaka seduce Vishvamitra

Shakuntala disse: Così, dunque, da lei interpellato Indra le augurò un fausto ritorno e Menaka si mise in cammino insieme col vento; ed ella scorse, la timida dalla bella persona, Vishvamitra che aveva consumato ogni peccato con la penitenza e che praticava l’ascesi nell’eremo. Fattogli omaggio, allora, ella si mise a danzare presso al veggente, e il vento le strappò il vestito che aveva il colore della Luna; e la bella scese in fretta a terra cercando di afferrare il vestito e come sorridendo vergognosa al vento. Il sommo fra gli asceti scorse allora nuda Menaka che nella sua bellezza e freschezza indescrivibile correva confusa appresso al suo vestito; e vedendo l’eccellenza della sua bellezza quel toro fra i brahmana risolvé di unirsi con lei, divenuto preda d’amore. La invitò pertanto ed essa, l’irreprensibile, acconsentì; e insieme per lungo tempo vissero i due nel bosco, dilettandosi a piacere come se fosse un sol giorno.

Nascita di Shakuntala

Ed egli l’asceta generò in Menaka Shakuntala sul piacente declivio del Himalaya presso il fiume Malini. Menaka abbandonò la bambina appena nata sulla sponda della Malini e, avendo compiuto il suo ufficio, se ne tornò rapidamente alla corte di Indra. Vedendo la bambina giacere nella selva deserta di uomini, piena di leoni e tigri, gli uccelli la circondarono da ogni parte; e così gli uccelli protessero ivi la figlia di Menaka perché non le nuocessero le belve ghiotte di carne lì nel bosco. Ora io, recatomi per le abluzioni, vidi colei giacente nella densa selva deserta, circondata a difesa dagli uccelli, e portatala presso di me l’adottai qual figlia; ché invero nella legge son detti padri successivamente questi tre, e cioè colui che genera fisicamente, colui che assicura la vita, e colui del quale si mangiano i cibi. E poiché nel bosco solitario ella era stata protetta dagli uccelli, da me le fu imposto il nome Shakuntala (uccellino). Sappi o gentile che per tal modo è mia figlia Shakuntala, e Shakuntala, l’irreprensibile, mi considera suo padre.” Così narrò, interrogato, la mia nascita egli al grande veggente, e tu sappi ora, o difensore degli uomini, che io sono per tal modo figlia di Kanva. Kanva io considero come padre, non conoscendo il mio padre reale: e così io ti ho narrato, o re, come da me la cosa è stata udita.

Gli otto tipi di matrimonio

Dushyanta disse: “Evidentemente tu sei figlia di re, secondo quel che mi hai detto, o virtuosa: sii mia moglie, o tu dai bei fianchi; dimmi, che posso fare per te? Vesti con ricami dorati, orecchini d’oro, gemme splendide, magnifiche, provenienti da varie città, io ti voglio offrire oggi, e gioielli d’oro e pelli d’antilope; tutto il regno deve esser tuo oggi, e tu sii mia moglie, o bellissima. Sposami, o timida, col matrimonio gandharvico; vieni qui, o bella; di tutti i tipi di matrimonio, o tu dai bei femori, il gandharvico è detto il migliore.”
Shakuntala disse: “In cerca di frutta è uscito, o re, mio padre da quest’eremo, aspettalo un momento, ed egli mi concederà a te.”
Dushyanta disse: “Desidero te, o tu dal bel corpo, che mi possegga a tua volta, o irreprensibile: per te, sappilo, io sto qui, ché il mio cuore è tutto a te rivolto. L’uomo è lui il parente di sé stesso, lui il rifugio di se stesso: tu stessa devi farmi, secondo la legge, il dono di te stessa. Otto modi in tutto sono tramandati di matrimonio, secondo la legge: quello di Brahma, quello degli dèi, quello dei Veggenti, quello di Prajapati, quello degli Asura, quello dei Gandharva, quello dei Rakshas, e pet ottavo quello dei Pishaca. Di essi in ordine le norme disse Manu figlio del Nato di se stesso. Apprendi che i primi quattro si addicono al brahmana; e sappi, o irreprensibile, che i primi sei, uno dopo l’altro, sono legittimi per il guerriero. Si dice che ai re si addica anche il matrimonio dei Rakshas, agli artigiani e ai Shudra quello degli Asura: ma delle cinque forme, tre sono in questo mondo tramandate come lecite, due come illecite. Il matrimonio dei Pishaca e quello degli Asura non si hanno da compiere in alcun modo: secondo tal norma deve seguirsi il matrimonio; questa è tramandata come via della legge. Nella casta dei guerrieri i matrimoni dei Gandharva e dei Rakshas sono ambedue legittimi, non dubitarne, o separatamente o insieme essi sono leciti, non vi è dubbio su ciò. Ora tu che sei innamorata, puoi bene, di me che sono innamorato, bella, divenire la moglie col matrimonio gandharvico.”

Il patto tra Shakuntala e Dushyanta

Shakuntala disse: “Se tale è la strada legittima, e se io sono padrona di me stessa, o signore, o ottimo fra i figli di Puru, odi la mia condizione nel darmi a te. Promettimi in verità quel che io ti dirò segretamente: quel figlio che da me nascerà egli sia, dopo di te, principe ereditario, e gran re; in verità tu dimmi ciò. Se così è, o Dushyanta, avvenga la mia unione con te.”
Vaishampayana disse: “Così sia”, tali parole a lei rispose il re senza esitare; “e te io condurrò nella mia città, o tu dal puro sorriso, come sei degna, o tu dai bei fianchi: veracemente io ti dico ciò”. Così avendo parlato, il regale veggente prese per mano secondo il rito la fanciulla dall’incesso irreprensibile, e si unì con lei. Indi, fattole animo, si dispone a partire e le disse ripetutamente: “Manderò per te un esercito composto delle sue quattro parti, dal quale ti farò condurre al mio palazzo, o tu dal puro sorriso”. Fattale questa promessa il re, o Janamejaya, se ne partì, pensando fra di sé a proposito del figlio di Kashyapa: “Che farà il venerando ricco di ascesi udendo la cosa?”. E fra questi pensieri entrò nella sua città.

Kanva torna a casa

Intanto, passato poco tempo, anche Kanva tornava all’eremo; ma questa volta Shakuntala, per vergogna, non si fece incontro al padre. Il grande asceta, che aveva un sapere divino, conoscendo tutto di lei, disse, il venerando, lieto, vedendo col suo occhio soprannaturale: “L’unione che tu, figlia di re, hai oggi contratto con un uomo senza il mio permesso non è lesiva della legge. Per un guerriero il matrimonio gandharvico è detto il migliore, compiuto in segreto e senza funzioni religiose da una donna innamorata con un uomo innamorato. Virtuoso e magnanimo è Dushyanta, l’ottimo fra gli eroi, che tu hai ottenuto come devoto marito, o Shakuntala, magnanimo nascerà al mondo da te un figlio possente, il quale fruirà tutta questa Terra che ha per confine il mare. E la ruota del suo carro, quando egli avanzerà contro un nemico, sarà sempre irresistibile, di quel magnanimo re dell’universo”. Allora, lavandogli i piedi, disse ella all’asceta che si riposava, poi che lo ebbe liberato del peso ed ebbe riposto le frutta: “A questo marito da me scelto, Dushyanta ottimo fra gli eroi, a lui ed ai suoi compagni tu dovresti fare una grazia”.
Kanva disse: “Verso lui io sono ben disposto a causa di te, o bella; ricevi da me la grazia per lui che tu desideri.”
Vaishampayana disse: Allora Shakuntala, desiderosa del bene di Dushyanta, chiese per i figli di Puru che essi fossero sommamente virtuosi e non dovessero venire sbalzati dal regno.”

Nascita di Sarvadamana

Vaishampayana disse: “Tre pieni anni dopo che Dushyanta se ne fu andato facendole quella promessa, Shakuntala partorì un figlio, ella dai bei femori, un fanciullo di vigore incommensurabile, splendido come fuoco ardente, ricco di bellezza nobiltà e virtù, il figlio di Dushyanta, o Janamejaya. Kanva, il migliore fra gli uomini pii, gli conferì il sacramento della nascita e gli altri, man mano che il savio giovane cresceva. Coi denti bianchi come boccioli di gelsomino, forte a guisa di leone, il giovane che aveva le mani segnate dal cerchio, bello, con un grande capo, con lunghe braccia crebbe lì rapidamente, egli il principe simile al figlio di un dio. Fanciullo ancora di sei anni egli presso l’eremo di Kanva legava agli alberi da ogni parte, gagliardo com’era, tigri e leoni, e cinghiali ed elefanti, e salendo su loro e infrenandoli o scherzando con essi andava correndo attorno. E allora gli abitanti dell’eremo di Kanva gli misero un soprannome: e poiché egli doma ogni cosa (sarvami damayati), sia egli Sarvadamana”. E il fanciullo di nome Sarvadamana prosperava, pieno di valore, di vigore e di forza.

Shakuntala porta il figlio alla corte di Dushyanta

Vedendo lui così tenero di età e le sue gesta sovrumane, disse il veggente a Shakuntala che era tempo per lui di divenire principe ereditario. E riconoscendo la forza di lui, Kanva si rivolse ai suoi discepoli: “Oggi stesso recate presto Shakuntala fuori dall’eremo al suo sposo, con le manifestazioni di onore che le si competono. Non è bello che le donne rimangano a lungo fra i loro parenti, con pericolo della riputazione, della buona condotta e della virtù: conducetela pertanto subito”. “Sì”, risposero quei valenti; e tutti si posero in moto, mettendo innanzi a sé Shakuntala col figlio, verso la città degli elefanti. E così tenendo con sé il figliuolo dagli occhi di ninfea e simile al rampollo di un immortale, venne la bella del noto bosco a Dushyanta, e giunta al re, annunziata, fu fatta entrare insieme col figlio che aveva lo splendore del Sole appena spuntato. A quello rese onore secondo il costume e disse poi Shakuntala: “Codesto figlio, o re, sia consacrato da te principe ereditario. Da te generato, invero, egli da me è nato simile a un dio; e tu secondo il nostro patto comportati con lui, o ottimo fra gli eroi. Ricorda, o gran signore, come da te prima nel nostro incontro fu stretto il patto nell’eremo di Kanva.”

Primo discorso di Shakuntala

Egli udendo da lei queste parole, e pur ricordando la cosa, rispondeva: “Non mi rammento di nulla. Di chi sei tu figlia, o miserabile penitente? Non rammento d’aver avuto con te rapporti che riguardassero la religione, l’amore o gli interessi: vattene, o se vuoi resta, o fa qual altra cosa ti aggrada.” A tali parole la bella, come vergognandosi, l’animosa, quasi priva di conoscenza per il dolore, rimase immobile come un pilastro. Poi, gli occhi rossi per lo sdegno che l’invadeva, le labbra tremanti, quasi volesse arderlo con le occhiate, guardò di traverso il re: e nascondendo il volto, pur agitato dall’ira, raffrenò il potere che aveva accumulato con la penitenza, e dopo aver riflettuto un momento, piena di dolore e di sdegno, volgendo gli occhi al marito, così disse adirata: “Perché, pur riconoscendomi, o gran re, così parli e dici non ti conosco, così indifferentemente
come un uomo del volgo? Ma il tuo cuore è cosciente, e tu, o nobile, sei testimonio del vero e della menzogna: non rendere spregevole te stesso. Colui che asserisce sé stesso diverso da quello che è realmente, qual peccato non è stato fatto da un tal ladro, che ruba sé stesso? Che se tu pensi che io sono solo, ignori l’antico savio che ha sede nel cuore, il quale conosce la tua cattiva azione e in presenza del quale tu commetti il peccato. Uno facendo il male pensa; “nessuno mi vede”; ma lo vedono gli dèi e il suo uomo interiore. Il Sole e la Luna, il Vento e il Fuoco, il Cielo e la Terra, il cuore e Yama, il Giorno e la Notte e i due Crepuscoli e Dharma conoscono la condotta dell’uomo. Yama figlio di Vivasvant perdona la cattiva azione di colui del quale resta tranquilla l’anima che risiede nel cuore e che è testimonio del suo agire. E quell’uomo malvagio del quale essa non si rallegra, anche a tale peccatore Yama perdona il misfatto. Chi, spregiando da sé stesso, afferma il falso, non a lui sono propizi gli dèi, egli di cui egli stesso non è il motivo determinante. Non spregiare me dicendo che sono venuta di mia iniziativa, me devota al marito: tu non rendi onore a me, tua moglie, degna di accoglienze ospitali, che a te sono giunta. Perché mi disdegni come un essere inferiore, qui nella tua corte? Non sto dicendo queste cose in un deserto: perché non mi ascolti? Che se non eseguirai quello che ora ti chiedo, o Dushyanta, la tua testa scoppierà in cento pezzi. Poiché il marito, entrando nella moglie, nasce (jayate) un’altra volta, questo, come sanno gli antichi savi, costituisce la qualità di jaya di lei che è detta jaya. Per il fatto che dall’uomo accostatosi alla donna nasca un figlio, egli salva con la sua discendenza gli antenati
morti precedentemente. Poiché il figlio salva (trayate) il padre dall’inferno detto “put”, perciò egli è stato nominato “pittra” dallo stesso Svayambhu. Quella è moglie che in casa è attiva, quella è moglie che procrea figli, quella è moglie la cui vita è il marito, quella è moglie che al marito è devota. La moglie è la metà dell’uomo, la moglie è il migliore compagno, la moglie è la radice dei tre fini della vita; la moglie è l’amico di uno che è in procinto di morire. Coloro che hanno moglie sono capaci di celebrare sacrifici, coloro che hanno moglie possono eseguire le sacre funzioni domestiche, coloro che hanno moglie ottengono letizia, coloro che hanno moglie sono ricchi di successo. Nella solitudine queste sono amici dalle dolci parole, nello spingere ad azioni virtuose sono come padri, per l’afflitto sono come madri. Anche nelle selve esse sono il riposo dell’uomo peregrinante; chi ha moglie è passibile di incoraggiamento: perciò la moglie è il bene supremo. Anche quando egli è morto e trascinato nel giro delle esistenze, e nelle più difficili situazioni va precipitando
da solo, la moglie devota sempre segue il marito. La moglie che è morta prima, dopo morta attende il marito; se muore prima costui, ella come virtuosa lo segue. Per tal motivo, o re, uno desidera la stretta di mano (il matrimonio), perché il marito acquista la moglie in questo mondo e nell’al di là. Il figlio è l’uomo stesso generato da sé stesso, così dicono i savi; perciò l’uomo deve considerare la moglie, che è madre del suo figlio, come propria madre. Considerando il figlio generato dalla moglie come il proprio volto in uno specchio, si rallegra il padre, come un virtuoso raggiungendo il cielo. Arsi dalle afflizioni dell’animo e abbattuti dalle malattie gli uomini trovano refrigerio nelle mogli come gli oppressi dal caldo. nelle onde. Anche adirato, il sapiente non deve pronunziare parole dure contro le donne, spregiando il diletto, la soddisfazione e la virtù che si trovano in esse. Le donne sono il fausto eterno campo della nascita dell’uomo stesso: qual potere hanno anche i santi di mettere al mondo creature senza le donne? Che cosa vi è di più sublime di quando il figlioletto, sporco di terra, si precipita sul padre e lo abbraccia? E a che fine tu respingi questo tuo figlio che è venuto da sé desideroso, e che ti guarda facendo il cipiglio? Le formiche portano le loro uova, non le rompono: e tu, che conosci la Legge, come vorrai non prendere il tuo proprio figlio? Non è così piacevole il contatto di vesti, di donne, di acque come è piacevole il contatto del figlio bambino che ti abbraccia. Il brahmana è supremo fra i bipedi, la vacca ottima fra i quadrupedi, il maestro è supremo fra le persone cui si deve rispettò, il figlio è la migliore fra le cose che si toccano. Fa che ti tocchi, abbracciandoti, questo figliolo dal bello aspetto: non si conosce al mondo contatto più piacevole che quello del figlio. Al compirsi di tre anni io ho partorito, o abbattitore di nemici, questo fanciullo, o Indra fra i re, capace di por fine a ogni tuo dolore.
“Egli offrirà il sacrificio del cavallo per cento volte”; così, o discendente di Puru, mi disse già una voce nel cielo, mentre io lo partorivo. Certo gli uomini che sono andati fuori dal proprio paese provano diletto (al loro ritorno), per l’amore che loro portano, a prendere in braccio i figlioli e baciarli sul capo. Anche nei Veda dicono i brahmana che vi sia questo verso, nel sacramento per la nascita dei figli, e tu pure lo devi conoscere:
“Da ogni membro tu sorgi, dal cuore tu nasci, tu stesso sei costui sotto il nome di figlio: vivi cent’anni. Il mio benessere è in te fondato, e così pure una discendenza senza fine; perciò, vivi tu, o mio figlio, felice per un centinaio d’anni.” Costui è generato dalle tue membra, è un altr’uomo dall’uomo; come in un laghetto immacolato guarda mio figlio quasi un secondo te stesso. Come il fuoco che deve ricevere le oblazioni viene
acceso da quello del padre di famiglia, così costui è stato generato da te, e tu, essendo sempre uno, sei raddoppiato. Quando tu, tratto lungi da una belva, andavi correndo a caccia, io vergine fui incontrata da te nell’eremo di mio padre. Urvashi e Purvacitti, Sahajanya e Menaka, Vishvaci e Ghritaci, queste sei sono le ottime fra le Apsaras. Di esse Menaka, l’eccelsa Apsaras generata da Brahma, dal cielo venuta in terra, mi diede la vita ad opera di Vishvamitra. Essa su un pendio del Himalaya mi partorì, l’Apsaras Menaka, e se ne andò abbandonando me come una donna cattiva il figlio altrui. Avrò dunque io commesso una malvagia azione in una vita precedente, poiché nella inia infanzia fui abbandonata dai genitori e ora da te? Ebbene, se tu mi abbandoni tornerò all’eremo: ma non puoi abbandonare questo ragazzo, il figlio generato da te.”

La risposta di Dushyanta

Dushyanta disse: Non conosco un figlio nato da te, o Shakuntala: menzognere sono le donne; chi potrà credere alle tue parole? Menaka tua madre è una puttana senza compassione, da cui sei stata gettata su un pendio del Himalaya come un po’ d’erba. E anch’egli senza compassione è il tuo padre di casta guerriera, Vishvamitra cupido di diventar brahmana e dedito ai piaceri amorosi. Ma Menaka è somma delle Apsaras, e tuo padre dei grandi Veggenti: come mai tu, loro figlia, parli a guisa di donna impura? Non ti vergogni a raccontare questa incredibile storia? E ciò soprattutto in mia presenza? Vattene, o infima penitente. Che rapporto c’è fra il grande veggente sempre formidabile, fra l’Apsaras Menaka e te, miserabile camuffata da penitente?
Straordinariamente grosso è tuo figlio, pieno di forza pur essendo un bambino: come mai in poco tempo sarà egli cresciuto come un tronco di Shala? Vile certo è la tua origine: una puttana mi sembri: per un caso sei stata generata da Menaka in seguito a qualche sua passione. Tutto quel che tu mi racconti, o penitente, è estraneo a me: io non ti riconosco. Va pure dove ti piace.”

Secondo discorso di Shakuntala

Shakuntala disse: “O re, tu scorgi i difetti altrui grossi come un grano di senape, e pur vedendoli non scorgi i tuoi, grossi come una feronia. Menakà sta fra gli dèi e gli dèi van dietro a Menaka: la mia nascita, o Dushyanta, si innalza di molto sulla tua. Tu cammini, o re, sulla Terra; io mi muovo nel cielo: considera la differenza che corre fra noi, come fra il monte Meru e un granello di senape. Io ho accesso alla dimora di Indra, Kuvera, Yama e Varuna: guarda dunque qual è il mio potere, o re. E veritiero è il discorso che ora ti farò, o incolpevole, a scopo dimostrativo, non per odio: abbi la pazienza di ascoltarlo. Un uomo brutto, finché non ha visto nello specchio la propria faccia, crede di essere più bello degli altri; ma quando egli ha scoperto nello specchio la sua faccia deforme, allora riconosce che diverso (dalla norma) è egli stesso, non gli altri. Uno che è molto bello non disprezza nulla; uno che è molto cavilloso e insolente è in questo mondo dispregiatore. Lo stolto, udendo i discorsi favorevoli o sfavorevoli della gente, accoglie gli sfavorevoli, come il maiale gli escrementi: invece il savio, udendo i discorsi favorevoli o sfavorevoli della gente, sceglie quelli che rivelano le virtù, come il cigno scevera il latte dall’acqua. Come il buono si duole di dover dire male degli altri, così il malvagio dicendo male degli altri si rallegra. Come i buoni sono felici quando riveriscono i grandi, così lo stolto è felice quando insulta un galantuomo. Vivono gioiosamente gli stolti, incapaci di distinguere che cosa sia difetto, nel perseguire i difetti quando, essendo biasimevoli dagli altri, dicono degli altri ciò che essi stessi sono: epperò nulla si conosce al mondo più ridicolo di quando uno che è briccone egli stesso dà del briccone al galantuomo.
Ma un uomo allontanatosi dalla legge del vero rifugge, come da un serpente venefico irritato, anche l’ateo: e che farà l’uomo pio? Chi respinge il proprio figlio, dopo averlo egli stesso generato, di lui gli dèi distruggono la potenza, né egli vede i mondi beati. I padri dissero che il figlio è il sostegno della famiglia e della stirpe, il supremo fra tutti i doveri: perciò non si deve ripudiare il figlio. Cinque categorie di figli stabilisce Manu: “Quelli generati con la propria moglie, quelli ricevuti (insieme con costei), quelli comprati, quelli adottivi e quelli generati con altre donne. Apportatori agli uomini di meriti e di buona fama, causa di gioia per l’animo i figli con la loro nascita salvano dall’inferno i padri a guisa di zattere della Legge. E tu, tigre fra i re, non devi abbandonare il figlio, ma devi proteggere te stesso, o signore della terra, e la verità e la legge: o leone fra i re, tu non puoi sostenere la frode. Una piscina è più meritoria di cento pozzi, un sacrificio più di cento piscine, un figlio più di cento sacrifici, la verità più di cento figli. Se poni sulla bilancia mille sacrifici del cavallo e la verità, la verità pesa più che i mille sacrifici. L’apprendimento di tutti i Veda, l’immersione in tutti i sacri guadi e la verità, o re, per chi la dice possono avere ugual valore, ma anche non averlo. Non c’è legge superiore alla verità, non si conosce nulla più elevato della verità, non si conosce nulla più spaventoso della menzogna. O re, la verità è il sommo Brahman, e la verità è il sommo patto: non respingere il patto, o re, poiché esso per te è la verità. Che se tu sei incline alla menzogna, e se tu non mi credi, me ne vado da me, né voglio aver che fare con un tuo pari. Anche senza il tuo appoggio mio figlio regnerà su questa Terra dai quattro confini che ha come corona il re dei monti.”

Una voce incorporea dal cielo

Vaishampayana disse: “Queste parole avendo proferito, partì Shakuntala, e dal cielo una voce incorporea disse allora a Dushyanta, che era circondato dai sacrificatori, dal cappellano, dal maestro e dai ministri: “La madre non è che la borsa del padre: il figlio è quello stesso uomo da cui è generato: prenditi il figlio, o Dushyanta, e non respingere Shakuntala. I padri il figlio libera, o re degli uomini, dal potere di Yama; e tu sei stato a depositare quel seme: il vero ha detto Shakuntala. La madre partorisce il figlio, che è il corpo del padre stesso germinato: perciò prenditi, o Dushyanta, il figlio di Shakuntala, o re. Questa è un’assurdità: chi abbandonerebbe, vivendo, il proprio figlio vivente? Prenditi, o nipote di Puru, il magnanimo figlio di Shakuntala e di Dushyanta. Poiché egli deve essere da te accolto (bhartavyas) anche per ubbidire alla nostra parola, perciò questo tuo figliolo sia chiamato di nome Bharata.”

Sarvadamana acquisisce il nome di Bharata

Avendo udito il re nipote di Puru questa esortazione dei Celesti, così parlò lieto al cappellano e ai ministri: “Udite, venerandi, queste parole del messaggero divino: anche io so che egli è mio figlio. Se io soltanto in seguito a un discorso avessi accolto questo mio figlio, poteva rimanere un dubbio nella gente, ed egli non sarebbe al riparo dai sospetti.” Avendolo così purificato d’ogni macchia grazie al messaggero divino, lieto e felice il re, o discendente di Bharata, accolse quel figlio; e baciandolo sul capo con affetto lo abbracciò e, circondato dai brahmana e celebrato dai bardi, il re provò somma gioia per il contatto del figlio. E quel conoscitore della legge rese anche l’onore dovuto alla moglie, e le disse, egli il re, queste parole dopo averla placata: “L’unione mia con te aveva avuto luogo di nascosto dalla gente: e perciò ho agito a questo modo, o regina, per liberarti da ogni biasimo; siccome il mondo avrebbe potuto credere che il patto fra noi due fosse causato solo dal fatto di essere tu donna, e che per questo motivo io avessi chiamato a succedermi tuo figlio, così ho agito. Che poi da te oltremodo adirata io abbia udito amare parole, o cara, da te mia moglie, o tu dai grandi occhi, ciò io perdono, o bella.” Così avendo parlato il regale veggente Dushyanta alla sua diletta moglie, le fece omaggio di vesti, di cibo e bevande, o discendente di Bharata. E quindi il re Dushyanta, imposto al figlio che aveva da Shakuntala il nome di Bharata, lo unse principe ereditario. Di questo magnanimo famosa divenne la ruota del carro luminosa, celeste, invitta, che fece risuonare fortemente il mondo. Egli avendo vinto i signori della Terra li tenne in suo potere, compié il dovere dei buoni, raggiunse una gloria insuperabile. Quel re fu imperatore di tutta la Terra, splendido, e celebrò molti sacrifici come Shakra signore dei Marut. Per lui Kanva esegui un sacrificio pieno di santità, ricco di mercedi; ed egli, il maestoso, ottenne i meriti di un sacrificio del cavallo, accompagnato dal dono di moltissime vacche, nel quale Bharata donò a Kanva mille milioni. Da Bharata ha origine la fama della dinastia Bharata e perciò codesta tua famiglia è detta dei discendente di Bharata; sia i posteri che gli antenati sono celebri sotto questo nome di Bharata. Nella discendenza di Bharata molti ottimi re possenti vi furono, simili agli dèi e simili a Brahma.

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